inglesi
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A scanso di equivoci inizio premettendo che questo articolo non ha nessuna pretesa di essere “scientifico”; esso si limita infatti a raccogliere infatti alcune suggestioni e impressioni di un italiano da qualche tempo all’estero.

Da più di un anno, ormai, ho la fortuna di insegnare la nostra lingua nel Regno Unito. Lo faccio con tanta passione e, ultimamente, anche con molte soddisfazioni, la domanda è infatti sorprendentemente sempre più alta I miei studenti sono principalmente adulti. Le ragioni che spingono queste persone a studiare la nostra lingua sono tra le più disparate: si va da chi ama il nostro paese, la nostra cultura, le nostre bellezze monumentali e paesaggistiche, il nostro cibo, il nostro modo di vivere la vita e appena può va nel Belpaese, a chi ama un/un’ italiano/a con cui vuole comunicare usando il nostro idioma, ai genitori di alcuni di costoro che vogliono comunicare con consuoceri che vivono in Italia, a bambini nati quassù da un genitore italiano che non vuole spezzare il legame con la madrepatria e che vuole che una comunicazione tra i nonni italiani e i nipotini inglesi sia possibile, a imprenditori, uomini e donne d’affari che, per varie ragioni, lavorano con o nel nostro paese.

È davvero arduo dire qual è l’immagine che gli inglesi hanno del nostro paese e dei suoi abitanti. La prima impressione è che l’Italia sia un paese la cui comprensione sfugge loro, un paese troppo difficile e schizofrenico per essere intellegibile alle “squadrate” menti britanniche. Al di là dei soliti luoghi comuni sugli italiani: tutte le volte che mangiamo facciamo un banchetto nuziale, vestiamo con grandissima classe, parliamo a voce troppo alta, gesticoliamo come ossessi quando ci esprimiamo, non amiamo stare in fila e talloniao troppo da vicino la persona davanti a noi quando stiamo aspettando per fare bancomat, i britannici danno l’impressione di non sapere molto del nostro paese.

Soprattutto riguardo la nostra situazione politica. Sì certo tutti sanno di Berlusconi e delle sue pruriginose vicende (questo anche perché i rari articoli sull’Italia che appaiono sui loro giornali sono la scopiazzatura più o meno pedissequa di quelli che appaiono sulla nostrana e debenedettiana “Repubblica”). Tuttavia l’immagine che si fanno leggendo i giornali, quella di una repubblica delle banane in balia di una perenne lotta tra un magnate autocrate e la magistratura, cozza irrimediabilmente con ciò che vedono quando vanno in Italia. Più volte mi sono sentito dire che l’Italia dà l’impressione di essere un paese molto ricco dove tutto è estremamente bello, elegante e raffinato e dove la gente sa come vivere e come godersi la vita. A detta loro, il nostro cibo, le nostre abitudini, le nostre case, i nostri vestiti e persino i nostri parrucchieri sono incomparabilmente migliori rispetto ai loro. A volte resto sorpreso di quanto sia profonda la loro conoscenza del cibo e del vino italiano. Molte volte sono io a chiedere a loro dove posso procurarmi vero cibo italiano a Londra.


Detto questo potete immaginare quanto sia grande la confusione che regna nelle loro menti relativamente all’Italia. Più volte mi sono sentito fare domande di questo genere. Ma com’è possibile che un paese dove si vive così bene sia sull’orlo del baratro? Forse che i nostri giornali scrivano fesserie? Ma anche come può qualcuno abituato a Bologna adattarsi alla grigia e piovosa periferia londinese?
Quando si sentono rispondere che alla grigia periferia ci si adatta volentieri visto che lì almeno un po’ di lavoro ce l’hanno e che l’Italia da quel baratro purtroppo non ci è lontanissima restano sorpresi. Quando poi parlo loro della corruzione, della burocrazia dilagante, del nepotismo, della disoccupazione che affliggono l’Italia, del fatto che i giovani non trovano lavoro e sono costretti ad andarsene, di quanto costa il nostro Stato rispetto al loro e di quante risorse esso sprechi, loro si indignano e a volte mi chiedono dove uno Stato che si comporta in questo modo trovi la credibilità e l’autorevolezza per chiedere le tasse ai propri cittadini.
Confesso che a questa domanda non sono mai stato in grado di rispondere. A volte taccio, a volte dico loro che forse ciò spiega e induce, senza giustificarla per carità, l’alta evasione fiscale che affligge il paese.
A volte quando mi sento dire che forse siamo in queste condizioni perché molti non pagano le tasse, io rispondo che forse anche se tutti le pagassero non cambierebbe nulla; lo Stato ne avrebbe semplicemente di più da sprecare.


Non di rado mi sono sentito dire dai miei studenti di quanto siano ammirati i molti italiani in cui si sono imbattuti: imprenditori, commercianti, medici, ricercatori che hanno fatto carriere sfavillanti nel Regno Unito. “Ma perché vi fate scappare gente come questa?” “Siete preparatissimi, siete anche meglio di noi”. “Dovete avere un ottimo sistema scolastico”. Mi dicono. Queste frasi mi fanno riflettere e arrabbiare. L’Italia spende un sacco di soldi per formare persone e lo fa con successo ma poi queste persone se ne vanno e regalano le loro conoscenze ad un altro paese di cui incrementano il Pil e a cui pagano le tasse. “Your loss, our gain”, è stato il commento un po’ cinico di un commercialista in pensione il cui figlio è fidanzato da lunghi anni con una faentina che vive a Londra.