riforma delle provinceEro al bar a fare colazione e leggendo un quotidiano locale mi sono soffermato su una notizia: l’esito positivo del referendum consultivo per la fusione dei comuni di Massafiscalgia , Migliaro e Migliarino.

Si potrebbe pensare ad una visione lungimirante degli amministratori che hanno saputo rappresentare la volontà dei loro cittadini. In realtà, hanno votato meno del 50% degli aventi diritto ed essendo un referendum consultivo non è necessario il raggiungimento di un “quorum”.

Ho verificato quindi cosa hanno fatto gli altri: in Danimarca nel 1967 i comuni sono stati ridotti da 1.378 a 277, in Gran Bretagna , nei primi anni settanta, i distretti passavano da 1.549 a 522; in Belgio i comuni venivano ridotti da 2.353 a 596 e in Germania (ovest) da 14.338 a 8.414.

Mentre in Europa gli enti locali si riformavano in Italia i comuni proliferavano: dall’epoca del fascismo ad oggi il numero dei comuni sono aumentati da 7.314 (nel 1931) a 8.094 (ad oggi), di cui meno del 70% costituito da comuni di piccole o piccolissime dimensioni (con meno di 1.700 abitanti).

La proliferazione di piccoli comuni non è mai stata contrastata dal legislatore: se non con il nuovo Testo unico degli enti locali che pone cautamente un freno all’istituzione di nuovi comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti e, a proposito delle fusioni, con  contributi statali/regionali.

Il comune unico con la fusione dei tre comuni del basso ferrarese beneficerà quindi di contributi economici erogati nei primi 15 anni, secondo quanto previsto  all’art. 16 della L.r n. 10/2008.

Un controsenso rispetto alla spending review: per il riordino sono necessari incentivi economici , ma a favore di chi ?

La politica di riordino ( riduzione ) degli Enti locali in Italia procede quindi lentamente ed in modo inadeguato. Ma non sarebbe stato meglio una vera riforma sull’ordinamento degli enti locali, incluse le Province?

Le Province: “ma questa è un’altra storia” (così direbbe il noto giallista Lucarelli). Sì perché di un vero giallo si tratta.

Dopo la grande riforma del titolo V della Costituzione di circa un decennio fa, che individua la copresenza di quattro livelli di governo (Stato, Regioni, Province e Comuni), le Province verranno declassate dal Governo Monti in enti di secondo livello. I Giudici costituzionali hanno però sancito che la riforma delle Province non può essere disposta con decreto, ma deve seguire il consueto iter parlamentare.

Ignari della decisione, i legislatori  nel decreto sul femminicidio hanno reintrodotto la riforma delle province e conseguentemente il commissariamento per evitare le elezione dei presidenti alle prossime amministrative.

Sorge spontaneo chiedersi: “cosa c’entra la legge sulla prevenzione e contrasto alla violenza di genere con la riforma delle Province ?”

Ma, è proprio leggendo il Resto del Carlino del 4 ottobre che riporta la notizia che nella legge di conversione viene infilato un emendamento che prolunga i commissariamenti imposti dal decreto Monti, che mi fa  ormai pensare che siamo in un Paese “schizzato”.

In assenza di legge di riordino la conseguenza sarà il ritorno alla legislazione precedente. E quindi al voto dei presidenti provinciali. Con buona pace dell’ennesimo provvedimento bandiera.

Ma come in tutti i gialli … ecco la sorpresa: il ministro Delrio ormai da mesi si sta occupando  del disegno di legge per riformare le province.

Forse una conclusione, se mai ci sarà , il colpevole non verrà mai preso.