Una volta si diceva: i problemi in Italia finiscono tutti “a tarallucci e vino”; viceversa, in questi giorni a Ferrara si dice “tutto finisce in sagra”! Saranno i tempi morti del giornalismo locale, mai tanto morti come in agosto, quando sono tutti in ferie, ma un fatto è certo: influenza aviaria a parte (nell’ostellatese), le cronache locali sono egemonizzate dalla polemica sulle sagre. Grande clamore ha suscitato una visita fiscale ad una di queste sagre nel ferrarese: un po’ come l’arresto di Mario Chiesa nel 1992…


A tanto clamore ha fatto da contrappunto lo stanco e inconcludente dibattito che ne è scaturito: “Costituiamo un tavolo!” è stata la parola del Presidente della Camera di Commercio, come se bastasse fare un mucchio di “chiacchiere” per fare non si sa che cosa, specie considerando che non si riesce a comprendere quale competenza specifica possa spendere la Camera di Commercio nella subiecta materia.


“Guardiamo al rapporto qualità-prezzo”, gli ha fatto eco l’Assessore Deanna Marescotti, osservazione giustissima in sé, ma che non si capisce cosa c’entri se pronunciata da un Assessore, visto che, in un’economia di mercato normale, questo rapporto lo decide il mercato. Una risposta comunque non poco “ideologica” e non poco demagogica: mentre dice “Le Sagre No Profit producono quello che produce il ristorante a minor prezzo” e mentre ammonisce i Ristoratori “Fate prezzi più bassi come le sagre, visto che producete le stesse cose”, non considera adeguatamente le macroscopiche differenze che passano tra la ristorazione organizzata una tantum come quella della Sagra e quella organizzata stabilmente delle normali imprese di ristorazione: per forza, se il servizio costa poco nelle Sagre, che praticamente non devono sopportare costi fissi!


Si invoca la legge regionale per regolamentare le “sagre”
Come al solito, nella canea dei commenti, nasce polverone e si fa confusione.

Cerchiamo di fare chiarezza.


Innanzitutto, per le Sagre No Profit classiche una simile legge non serve! La Parrocchia, il Partito, l’Associazione Sportiva che organizza stand gastronomici per raccogliere fondi e si avvale di volontari.
Nessuno nega la legittimità di questa iniziativa nell’orbita del No-Profit. Una normativa per consentire al Fisco di “vederci chiaro” in queste faccende esiste, va certamente potenziata, ma il sentiero è tutto sommato noto. Come relativamente semplice operare i dovuti controlli: chiaro se poi gli organi di vigilanza chiudono uno o due occhi, tutto finisce (come si suol dire) “a tarallucci e vino”, ma sulla carta la legge consente già di intervenire.
A me personalmente non danno da pensare questi eventi.
Ma allora perché invocare una legge regionale? Per tutelare, si dice, le iniziative che nascono per valorizzare la tipicità dei prodotti: un modo per valorizzare e tutelare iniziative storiche come la sagra dell’asparago, della fragola, dell’aglio, ecc. delle produzioni DOP e biologiche. Iniziativa lodevole di sostegno alla Ns. agricoltura, ma su cui sarebbe opportuno vederci chiaro.


Nessuno dubita che su questi temi debba esserci maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica: ma se davvero c’è un’esigenza di maggiori attività promozionali su queste attività e produzioni, perché non se ne fa carico chi normalmente se ne dovrebbe far carico? Ovvero Imprese Commerciali normali, specializzate nel marketing e nella promozione/organizzazione di eventi? Perché invocare una “legge regionale”, quando basterebbe invocare il “libero mercato”? L’illazione maliziosa allora viene: a chi servirebbe questa legge sulle sagre? All’agricoltura veramente? O ai Partiti? O serve cioè ai partiti per creare “piste preferenziali” per piazzare “al sicuro” proprio personale, che, come noto, viene “riciclato” in“Agenzie Marketing”, sempre più spesso collaterali ai partiti?


La domanda, per l’uomo della strada, è più che legittima…