E’ stato poco meno di un mese fa che in Germania è stato eletto il nuovo Bundestag, il Parlamento federale tedesco e il nuovo Cancelliere Federale. Fino al 22 settembre, data delle elezioni, e siamo in attesa di capire come verrà organizzato il nuovo governo tedesco.


Tralasciando chi ci piace e chi non ci piace, lasciamo che i politici tedeschi facciano il loro lavoro e parliamo della campagna elettorale e dei risultati di queste elezioni.
La campagna elettorale è stata una sorpresa: per alcune settimane si sono visti pannelli, per la maggior parte non più grandi di un A3, in cartoncino, appesi con ordine e puntiglio ad ogni palo della luce,ogni cartello  pubblicizzava un candidato con nome, cognome e partito di appartenenza.


CDU (Unione Cristiano Democratica), SPD (Partito Sociale Democratico) e FDP (Partito Liberale Democratico) si sono affidati a candidati in giacca e cravatta di colore grigio scuro, quello che io chiamo “abito tedesco da riunione”. Ovvia eccezione la Kanzlerin Angela Merkel, che è apparsa in un unico, più grande, pannello in una bella posa e con una sua tipica giacchetta bordeaux.
Die Grünen, (i Verdi) hanno proposto una pubblicitaria elettorale con lo slogan "Naturalmente Verde": il candidato, più informale, era avvolto da un patina verde sfumata, più carica nella parte bassa del pannello.


Un’altra idea, secondo me interessante, diffusa dai Verdi è stata la campagna incentrata non sui candidati, ma su concetti forti raccontati in pochissime parole da un personaggio-simbolo con la domanda "E Tu?". Per esempio: "Portiamo nuova energia" "E TU?".
Die Linke (la Sinistra) ha dato mostra di una campagna di manifesti che definirei basic, pannelli bianchi, parole scritte in nero e il logo, quasi senza protagonisti. Tuttavia, nel volantino che ho ricevuto nella posta si presentano una fila di persone disegnate che dovrebbero rappresentare l’elettorato del partito, o almeno le persone per cui loro in particolare si impegnano: tra questi ho riconosciuto un transessuale, un bambino, una donna di colore, un anziano e una ragazza in calze a rete.
Menzione d’onore per i Piraten (Partito Pirata), che hanno portato, insieme con candidati giovani e freschi in jeans, un vero pirata, in basettoni e cappello piratesco. Ho dovuto fare delle ricerche per capire che non fosse una mascotte ma un reale candidato.


Quasi tutti i principali partiti hanno lasciato n°1 volantino in ogni cassetta delle lettere, inoltre è stato trasmesso in televisione un dibattito di 90 minuti tra i due "primi" candidati di CDU e SPD il 1 settembre, mentre il giorno successivo si sono confrontati gli altri tre candidati "minori", di FDP, Grunen e Die Linke.
Risultati? Premetto che, nonostante i tedeschi siano molto riservati sulle loro preferenze di voto, qualche segnale della vittoria di CDU e della Cancelliera era stato suggerito da una, spero velata, indagine di chiacchiera con amiche e amici. In definitiva, il partito CDU ha raggiunto il 42% dei voti e circa il 50% dei seggi.


Abbiamo un netto vincitore dunque, dov’è il Governo? L’alleato di CDU, cioè FDP (Partito Liberale Democratico) ha totalizzato il peggiore flop di voti dall’inizio della propria carriera, arrivando a non superare lo sbarramento del 5% e non trovando quindi posto in Parlamento. Di conseguenza, CDU da sola non può governare e la Cancelliera Merkel si dovrà accordare con SPD (Socialdemocratici) o con i Verdi per creare un governo di maggioranza.
Una coalizione “rosso-verde” con SPD, Die Linke (Sinistra) e Die Grunen raggiungerebbe teoricamente la maggioranza, ma questa opzione sembra non verrà considerata perché trova delle resistenze interne quasi ad ognuno di questi tre partiti.
Con aria scandalizzata, una ex insegnante delle scuole superiori mi ha spiegato che ancora non c’è un Governo, però hanno promesso che verrà concordato entro Natale.


Perché il Partito Liberale Democratico FDP ha raggiunto un risultato così drammatico? La parola ad un amico tedesco che ha ammesso di averli precedentemente votati: “perché non hanno fatto nulla, ma nulla, di quello che avevano detto, anzi non hanno lavorato”. Da tenere presente anche per noi: forse non è solo questione di programmi, ideali ed etica. La speranza è che lavorare ed impegnarsi come stiamo facendo venga riconosciuto anche in quel panorama politico frastagliato e vetusto che è l’Italia.

germaniaTra le mete preferite degli italiani residenti all’estero, la Germania viene dipinta dai media italiani a tinte più o meno entusiastiche, senza mancare di sottolineare con la frase fatta di sempre che “sì, si guadagna di più ma è anche più alto il costo della vita”.
Ma quanto costa vivere in Germania? Mi sono focalizzata sull’alimentazione, sulla spesa per il pane quotidiano, il cibo che noi, famiglia italiana residente in Germania composta da 2 adulti e 1 bambino, consumiamo regolarmente. Tralasciando, per questioni di spazio, il discorso del bambino e delle sue necessità, argomento ampio del quale racconterò un’altra volta.


La nostra regione è il Baden-Wuttemberg, nel sud della Germania, una regione ricca, qui hanno sede Mercedes, Porsche e Bosch. Ma non è tutto: all’interno del Baden-Wuttemberg si distingue l’area dello Schwaben, la Svevia, nota in Germania sì per la ricchezza ma anche perché i suoi abitanti sono proverbialmente taccagni.
Nella nostra zona possiamo approfittare dell’offerta di 5 marchi di supermercato: Edeka, Rewe, Kaufland, Lidl e Aldi e ad ognugno potremmo assegnare un livello di prezzo/fornitura.
Comuni a tutti questi supermercati sono i prodotti tipici tedeschi, alcuni dei quali l’italiano non è abituato a vedere, per esempio lo scatolame di carne di maiale spalmabile in varie versioni, affettati di wurstel in diverse combinazioni di carne, spezie e verdura, alimenti con la dicitura “mit butter” bella grande sulla confezione.
Edeka è il meno economico, seguito da Rewe: in questi due supermercati, oltre ai prodotti standard, si trovano facilmente alcune specialità estere (italiane, francesi, greche e turche). Ho reperito uno scontrino di una spesa effettuata da Rewe recentemente, in vista di una serata tra amici.
Ci siamo appunto rivolti a questa catena di supermercati perché consentiva di acquistare qualche elemento stuzzicante come il prosciutto italiano e la ricotta.


Supermercato Rewe
Prodotti Standard
Latte “Alpenmilch” €1,19 al litro
Olio di semi “Ja” € 1,29
Aglio bio € 1,49
Farina “Ja” € 0,45
Sale grosso € 1,99
Prosciutto cotto Bio € 1,99
Lievito di birra € 0,15
Formaggini bambino (tipo Fruttolo) € 1,79
Sale iodato € 0,19
Specialità italiane
Ricotta € 1,99
Prosciutto crudo italiano € 3,59
Parmigiano Reggiano grattuggiato € 1,39
Grana Padano fettina € 2,98
Salsa alla bolognese Barilla € 2,99


Kaufland e Lidl sono dei mezzi-discount, in quanto offrono prodotti a basso prezzo e prodotti di marche note il cui prezzo è più alto. Lidl è conosciuto anche in Italia e i prodotti che vende sono più o meno gli stessi, così come i marchi. Per esempio la polvere al cacao GoodyCao la compravo anche in Italia.
Aldi, anzi Aldi Sud, è un vero discount tedesco: i prezzi sono bassi a fronte di un’offerta di prodotti per la maggior parte tedeschi. Cosa significa questo? Vuol dire che qui non trovi la pasta di grano duro, ma solo la pastina all’uovo per le zuppe e di conseguenza non trovi i sughi per condire la pasta; vuol dire che non ci sono le lasagne surgelate; vuol dire che ti devi rassegnare a guardare due volte lo scaffale del formaggio per trovare uno spalmabile senza dentro niente, un fratello del Philadelphia senza ingredienti aggiunti.
Da Aldi acquistiamo il grosso della spesa e poi completiamo con la pasta e i sughi da Rewe.

Questa è la spesa che ho fatto stamattina:
Supermercato Aldi Sud
Miele € 2,59
Pane scuro a fette € 0,75
Mozzarella di bufala (?) € 1,39
Marmellata € 1,45
Maultaschen (ravioloni locali) € 1,29
Prosciutto cotto € 1,99
Piatto di affettato della Foresta Nera € 1,69
Salmone affumicato € 2,99
Patate bio provenienti dalla Regione € 1,99
Mirtilli € 1,49
Uva € 0,69
Lebenspaezle € 1,79
Latte € 0,65
Hamburger di manzo € 2,29
Jogurt bianco intero € 0,65
Pasta sfoglia € 0,69


Per un curioso caso, in entrambe queste tornate di spesa non ho acquistato la pasta e gli spaghetti: come accennavo precedentemente, ci forniamo da Rewe, dove volendo si può comprare anche Barilla, ed abbiamo trovato nella marca dello stesso supermercato un buon compromesso.

Abbiamo quindi in casa Linguine Rewe, Fusilli Rewe e Spaghetti Rewe: questi ultimi sono da intendersi come “spaghettini”, non come “spaghetti”.
Ho verificato sul sito, dove ci sono tutti i prezzi dei prodotti e potete consultare a questo link e, per fare un esempio, i bio Spaghetti Rewe costano € 1,19 al pacchetto, contro gli € 1,49 degli Spaghetti Barilla. Preciso meglio: anche Barilla sa a che pubblico si rivolge, quindi sotto la dicitura“Spaghetti” troverete “spaghettini”. Per mangiare spaghetti veri dovete comprare gli “Spaghettoni” Barilla, che non sempre sono disponbili.


Al di là del prezzo del singolo prodotto, un aspetto che ritengo virtuoso nella vendita dei cibi in Baden-Wuttemberg è che viene dato rilievo al prodotto “della nostra Regione”, a partire dalle uova fino alle patate e alle mele. Queste ultime in particolare rappresentano un caso eclatante, in quanto nella stagione invernale possiamo trovare sacchi di mele “della nostra Regione” a buon prezzo in vendita ovunque, dalla panetteria allo shop del benzinaio.
Cosa manca invece? Premetto che l’italiano irriducibile può andare in un negozio specializzato in articoli italiani (abbastanza vicino a noi c’è “Ambrosino”) e acquistare quello che desidera, compresi biscotti Plasmon e scamorze.


Ma chi come me si sente già un po’ Schwabisch, percepisce la mancanza dei biscotti (i frollini non sono di moda in Germania), del cono gelato per strada e del preparato per fare la polenta.
Aggiungo anche, per il mio compagno modenese in crisi d’astinenza, qualche tigella e pezzi di gnocco fritto!

inglesi
inglesi

A scanso di equivoci inizio premettendo che questo articolo non ha nessuna pretesa di essere “scientifico”; esso si limita infatti a raccogliere infatti alcune suggestioni e impressioni di un italiano da qualche tempo all’estero.

Da più di un anno, ormai, ho la fortuna di insegnare la nostra lingua nel Regno Unito. Lo faccio con tanta passione e, ultimamente, anche con molte soddisfazioni, la domanda è infatti sorprendentemente sempre più alta I miei studenti sono principalmente adulti. Le ragioni che spingono queste persone a studiare la nostra lingua sono tra le più disparate: si va da chi ama il nostro paese, la nostra cultura, le nostre bellezze monumentali e paesaggistiche, il nostro cibo, il nostro modo di vivere la vita e appena può va nel Belpaese, a chi ama un/un’ italiano/a con cui vuole comunicare usando il nostro idioma, ai genitori di alcuni di costoro che vogliono comunicare con consuoceri che vivono in Italia, a bambini nati quassù da un genitore italiano che non vuole spezzare il legame con la madrepatria e che vuole che una comunicazione tra i nonni italiani e i nipotini inglesi sia possibile, a imprenditori, uomini e donne d’affari che, per varie ragioni, lavorano con o nel nostro paese.

È davvero arduo dire qual è l’immagine che gli inglesi hanno del nostro paese e dei suoi abitanti. La prima impressione è che l’Italia sia un paese la cui comprensione sfugge loro, un paese troppo difficile e schizofrenico per essere intellegibile alle “squadrate” menti britanniche. Al di là dei soliti luoghi comuni sugli italiani: tutte le volte che mangiamo facciamo un banchetto nuziale, vestiamo con grandissima classe, parliamo a voce troppo alta, gesticoliamo come ossessi quando ci esprimiamo, non amiamo stare in fila e talloniao troppo da vicino la persona davanti a noi quando stiamo aspettando per fare bancomat, i britannici danno l’impressione di non sapere molto del nostro paese.

Soprattutto riguardo la nostra situazione politica. Sì certo tutti sanno di Berlusconi e delle sue pruriginose vicende (questo anche perché i rari articoli sull’Italia che appaiono sui loro giornali sono la scopiazzatura più o meno pedissequa di quelli che appaiono sulla nostrana e debenedettiana “Repubblica”). Tuttavia l’immagine che si fanno leggendo i giornali, quella di una repubblica delle banane in balia di una perenne lotta tra un magnate autocrate e la magistratura, cozza irrimediabilmente con ciò che vedono quando vanno in Italia. Più volte mi sono sentito dire che l’Italia dà l’impressione di essere un paese molto ricco dove tutto è estremamente bello, elegante e raffinato e dove la gente sa come vivere e come godersi la vita. A detta loro, il nostro cibo, le nostre abitudini, le nostre case, i nostri vestiti e persino i nostri parrucchieri sono incomparabilmente migliori rispetto ai loro. A volte resto sorpreso di quanto sia profonda la loro conoscenza del cibo e del vino italiano. Molte volte sono io a chiedere a loro dove posso procurarmi vero cibo italiano a Londra.


Detto questo potete immaginare quanto sia grande la confusione che regna nelle loro menti relativamente all’Italia. Più volte mi sono sentito fare domande di questo genere. Ma com’è possibile che un paese dove si vive così bene sia sull’orlo del baratro? Forse che i nostri giornali scrivano fesserie? Ma anche come può qualcuno abituato a Bologna adattarsi alla grigia e piovosa periferia londinese?
Quando si sentono rispondere che alla grigia periferia ci si adatta volentieri visto che lì almeno un po’ di lavoro ce l’hanno e che l’Italia da quel baratro purtroppo non ci è lontanissima restano sorpresi. Quando poi parlo loro della corruzione, della burocrazia dilagante, del nepotismo, della disoccupazione che affliggono l’Italia, del fatto che i giovani non trovano lavoro e sono costretti ad andarsene, di quanto costa il nostro Stato rispetto al loro e di quante risorse esso sprechi, loro si indignano e a volte mi chiedono dove uno Stato che si comporta in questo modo trovi la credibilità e l’autorevolezza per chiedere le tasse ai propri cittadini.
Confesso che a questa domanda non sono mai stato in grado di rispondere. A volte taccio, a volte dico loro che forse ciò spiega e induce, senza giustificarla per carità, l’alta evasione fiscale che affligge il paese.
A volte quando mi sento dire che forse siamo in queste condizioni perché molti non pagano le tasse, io rispondo che forse anche se tutti le pagassero non cambierebbe nulla; lo Stato ne avrebbe semplicemente di più da sprecare.


Non di rado mi sono sentito dire dai miei studenti di quanto siano ammirati i molti italiani in cui si sono imbattuti: imprenditori, commercianti, medici, ricercatori che hanno fatto carriere sfavillanti nel Regno Unito. “Ma perché vi fate scappare gente come questa?” “Siete preparatissimi, siete anche meglio di noi”. “Dovete avere un ottimo sistema scolastico”. Mi dicono. Queste frasi mi fanno riflettere e arrabbiare. L’Italia spende un sacco di soldi per formare persone e lo fa con successo ma poi queste persone se ne vanno e regalano le loro conoscenze ad un altro paese di cui incrementano il Pil e a cui pagano le tasse. “Your loss, our gain”, è stato il commento un po’ cinico di un commercialista in pensione il cui figlio è fidanzato da lunghi anni con una faentina che vive a Londra.

Politica della spesaComunico con nonchalance a mia moglie che ho invitato una ventina di amici di Parlamento Salute a cena a casa nostra per il mercoledì successivo. Mi guarda con occhio sbigottito. E chi prepara la cena? Confesso che avevo sottovalutato il problema, d’altra parte cosa mi sarei sposato a fare se non per contare su un po’ di aiuto logistico in simili circostanze?

Con aria vagamente sanzionatoria mi sequestra l’iPhone, e inizia a scriverci l’elenco del necessario, con l’ovvia intenzione di spedire me a fare la spesa. Capisco che non è aria, e mi allontano rapidamente con la scusa di portare i bambini in spiaggia…

È martedì sera, ore 19. Esco dallo studio e mi dirigo velocemente verso l’Esselunga. Parcheggio nel sotterraneo e subito mi avvicino ai carrelli. Primo imprevisto: serve un euro se no bisogna portarne a spasso venti tutti insieme incatenati. Per puro colpo di fortuna appare dal fondo della tasca una monetina luccicante. Confortato dall’assistenza della buona sorte salgo al piano superiore, e varco l’inviolata soglia del supermercato. Capisco subito che mi sto inoltrando in territorio ostile. Butto l’occhio sulla lista che mi aveva scritto Raffaella, e mi sento mancare. Cerco di farmi forza e di affrontare le difficoltà una per volta, stile “Orazi e Curiazi”.

Quattro meloni. Facile, sono subito all’ingresso. Ricordavo che i meloni si valutano dal profumo e al tatto. Purtroppo so di essere debole d’olfatto, e mi quindi mi affido al tatto. Sono tutti duri come una palla da bowling. Decido, per il momento di soprassedere.

Patate. Si, ma quante, e come? Il tubero intero con tanto di buccia, o quelle fritte in busta, o magari la versione già pelata, o magari affettata o a dadini? Anche qui decido di rinviare…

Passo alle quattro scatole di bocconcini di mozzarella Vallelata. Li cerco affannosamente sui banchi dei formaggi. Niente. Capisco perché De Gaulle, uno che se ne intendeva, si chiedeva come si può governare un popolo che ha duecento tipi diversi di formaggi. Si riferiva ai francesi; noi, di formaggi, ne abbiamo molti i più. Con un colpo d’occhio però intravvedo nello scaffale a fianco un familiare colore rosso. Un colpo di fortuna: i pomodorini ciliegini volano nel carrello. Fuori uno.

Cerco qualcosa di facile. Due vasi grandi di olive snocciolate, e due col nocciolo. Li vedo. Per fortuna sono di vetro: sulla presenza o meno del nocciolo non mi fregano. Ma cosa vuol dire vasi grandi? Grandi rispetto a cosa? Poteva darmi del peso invece delle quantità! Mi concentro sulle confezioni più grandi. Olive in salamoia: esiste un altro modo di conservarle, o vanno bene queste? Speriamo in bene.

Cinque pacchetti di trofie e sei confezioni di pesto. L’indicazione scritta da Raffaella è che li conservano nella zona refrigerata, insieme. Potrebbe essere un colpaccio: due cose in una sola botta! Vedo una fila di frigo. Passo una mezz’oretta, rischiando la  periartrite al braccio destro, ad aprire e chiudere inutilmente sportelli di freezer, ripieni di gelati, pizze e pesci surgelati. Sconfortato mi rivolgo all’unico inserviente nei paraggi, un uomo di colore, chiedendogli delle trofie. Mi guarda con aria perplessa. Temo che mi stia prendendo in giro, e per metterlo alla prova gli chiedo dove si trova il cous cous. Lo trovo ferratissimo. Capisco che è in buona fede, ma che non mi può essere di nessun aiuto.

Chiedo allora a una signora, che poteva essere mia zia, e faccio la tardiva scoperta di aver sempre sottovalutano l’istinto da crocerossina che in una donna può scatenare il fatto di vedere un uomo lasciato dalla compagna in balìa di se stesso in mezzo ad un supermercato. Ed io che per far colpo sulle donne ho sempre puntato sul tenermi in forma giocando a tennis con gli amici!

Con piglio deciso la signora, dopo avermi detto che avevo passato l’ultima mezz’ora nel reparto surgelati, mi accompagna a destinazione. Trofie e pesto non sono più un problema.

È l’ora del tonno. Sulla lista: 800 grammi. Trovo lo scaffale. Ce ne sono decine di marche . Provo un arbitraggio sui prezzi, in fondo c’è la crisi… Niente da fare, tutte le confezioni hanno pesi multipli di tre. Non c’è verso di acquistare 800 grammi, nemmeno impostando un’equazione differenziale. Poteva darmi delle quantità, invece che del peso! Finisco per abbondare, non si sa mai, anche a rischio di mangiare avanzi per tutta la settimana successiva…

E il sacchetto di farro di mais? Dove sarà? Lo cerco affannosamente. Finisco nel reparto del miglio per canarini. Visto il precedente, cerco aiuto da qualche cliente giovane e carina. Niente da fare: sono tutte saldamente presidiate da mariti o fidanzati, evidentemente più previdenti di me, che ho sempre mandato Raffaella a far la spesa da sola….

Trovo finalmente il farro. Sorpresa! È di fianco al cous cous! Vedi a non seguire i consigli… Non è in sacchetto, è in scatola. Pazienza, decido di farmelo andar bene lo stesso.

Sono stressato. Per prendermi una pausa decido di rivolgermi ai prodotti sui quali mi sento forte: piattini, posate e bicchieri di plastica. Li trovo con relativa facilità. Orrore, hanno colori improponibili: arancione, viola cardinalizio, verde pisello… So che non potrei mai farli vedere in casa. Ma quelli bianchi non li fanno più? L’unica alternativa sembrano dei piattini col disegno dei Gormiti, ma capisco che tutti avrebbero pensato che erano degli avanzi dell’ultima festa dei bambini. A malincuore scelgo quelli arancione, che mi sembrano i meno peggio.

Fagiolini in scatola 500 grammi. Facile, direte voi. Ma volete quelli normali, i fini o i finissimi? Salomonicamente, dopo ampio studio, scelgo quelli medio-fini.

Una voce celestiale interrompe le mie ricerche: “informiamo i gentili clienti che tra dieci minuti il supermercato chiuderà”. Maledizione, già le otto e tre quarti!

Guardo affannosamente la lista: il più è fatto, ma devo accelerare.

Cinque tubi Pringles. Ma come, non aveva sempre detto che facevano malissimo ed erano un concentrato di colesterolo? Comincio a sospettare che voglia avvelenare i miei invitati…

Ecco il banco dei salumi. Prosciutto crudo. Si, ma quanto? Chiedo consiglio all’uomo al banco. Fa lui la quantità. Mi sembra poca…la raddoppio.

Irrompe di nuovo la voce celestiale: “cassa 15, chiudi!” Le pulsazioni mi aumentano. Mi riaffiora l’incubo del concorso notarile, quando in tre giorni, con tre prove scritte di sette ore l’una, ti giocavi l’esistenza, e gli inflessibili commissari passavano tra i banchi: “tempo scaduto, consegnate!”.

Diamine, ho lasciato indietro la mozzarella! Corro di nuovo allo scaffale dei formaggi, con l’occhio divenuto nel frattempo un po’ più esperto. Trovo finalmente i bocconcini di mozzarella Vallelata ma, orrore, ne sono rimasti solo tre sui quattro della lista! Capisco che non ho più il tempo di rimediare, e prendo quello che posso. Già che ero lì ci aggiungo il grana, che non si sa mai…

“Cassa 12. Chiudi!” Lo spettro di un finale da film dell’orrore con me rinchiuso nottetempo nel supermercato si sta materializzando!

Corri me medesimo, corri!

Brandeggio il carrello tra gli scaffali come fosse un gokart. Mi accorgo che non avevo visto che c’erano anche i pomodorini ciliegini biologici, ma non c’è più tempo per approfondire.

Niente vino, lo portano gli ospiti, scarico nel carrello un intero cartone di birre, che pesa un quintale. Capisco che sto seriamente mettendo a rischio l’esito dell’ozono terapia che ho appena fatto per un’ernia discale. È il turno dell’acqua gassata, altro peso inaudito.

“Cassa 9, chiudi!” Non posso aspettare oltre. Corro verso la cassa e… Maledizione! I piattini e i bicchieri di plastica bianchi! Ma perché non li hanno messi insieme agli altri? Lascio il carrello e corro disperatamente a rimettere quelli arancione al loro posto…

Trafelato arrivo alla cassa n. 5, l’ultima con la luce ancora verde, la luce della speranza.

Con tocco esperto la cassiera fa passare i miei acquisti sul lettore del codice a barre. “Ha la carta Fidaty?” La carta che? Mi sovviene che spesso avevo visto con sgomento la voce “Fidaty” nell’estratto conto della banca, ma confesso che non ci avevo proprio pensato. “Ce l’ha mia moglie, ma non l’ho qui con me. Che vantaggi dà?” “Su alcuni prodotti c’è il 20% di sconto…”.

Ho un tuffo al cuore. Sono tentato di rimettere tutto a posto e di ritornare il giorno dopo, ma non ce la faccio…

Mogio mogio pago, poi, sotto lo sguardo comprensivo della cassiera osservo il carrello. E adesso come faccio a portare tutta quella roba in macchina? “Non si preoccupi, può portare il carrello vicino alla macchina!” Mi rassicura la cassiera.Cena tra amici

Sfidando la forza di gravità, con titubanza, infilo il carrello nella rampa mobile inclinata, convinto che faccia la fine della carrozzina della famosa scena del film “la corazzata Potemkin” di Ejzenstejn; e invece no, rimane incollato alla rampa come un francobollo ad una raccomandata. Potenza della tecnica!

Scarico alla rinfusa la spesa nel baule della macchina. Poi vado a riporre il carrello. Armeggiando un po’ riesco a recuperare il mio eurino. Che soddisfazione! A volte anche piccole cose riescono a risollevare il morale…

La missione è quasi compiuta. Mancano le patate e il melone, e forse dovremo lesinare sui bocconcini di mozzarella, ma posso passare dal fruttivendolo domani. È l’ultimo giorno, lo so. Ma noi di Parlamento Salute siamo abituati a vivere alla giornata.

Una cosa però l’ho capita: non mi spaventa la prospettiva di affrontare la spesa pubblica, è quella privata che mi terrorizza.