Parlamento & Istituzioni - Parlamento Salute - Osservatorio Istituzioni


La voce dell'Italia che non si arrende

La politica della spesa (una cena tra amici)

Comunico con nonchalance a mia moglie che ho invitato una ventina di amici di Parlamento Salute a cena a casa nostra per il mercoledì successivo. Mi guarda con occhio sbigottito. E chi prepara la cena? Confesso che avevo sottovalutato il problema, d’altra parte cosa mi sarei sposato a fare se non per contare su un po’ di aiuto logistico in simili circostanze?

Con aria vagamente sanzionatoria mi sequestra l’iPhone, e inizia a scriverci l’elenco del necessario, con l’ovvia intenzione di spedire me a fare la spesa. Capisco che non è aria, e mi allontano rapidamente con la scusa di portare i bambini in spiaggia…

È martedì sera, ore 19. Esco dallo studio e mi dirigo velocemente verso l’Esselunga. Parcheggio nel sotterraneo e subito mi avvicino ai carrelli. Primo imprevisto: serve un euro se no bisogna portarne a spasso venti tutti insieme incatenati. Per puro colpo di fortuna appare dal fondo della tasca una monetina luccicante. Confortato dall’assistenza della buona sorte salgo al piano superiore, e varco l’inviolata soglia del supermercato. Capisco subito che mi sto inoltrando in territorio ostile. Butto l’occhio sulla lista che mi aveva scritto Raffaella, e mi sento mancare. Cerco di farmi forza e di affrontare le difficoltà una per volta, stile “Orazi e Curiazi”.

Quattro meloni. Facile, sono subito all’ingresso. Ricordavo che i meloni si valutano dal profumo e al tatto. Purtroppo so di essere debole d’olfatto, e mi quindi mi affido al tatto. Sono tutti duri come una palla da bowling. Decido, per il momento di soprassedere.

Patate. Si, ma quante, e come? Il tubero intero con tanto di buccia, o quelle fritte in busta, o magari la versione già pelata, o magari affettata o a dadini? Anche qui decido di rinviare…

Passo alle quattro scatole di bocconcini di mozzarella Vallelata. Li cerco affannosamente sui banchi dei formaggi. Niente. Capisco perché De Gaulle, uno che se ne intendeva, si chiedeva come si può governare un popolo che ha duecento tipi diversi di formaggi. Si riferiva ai francesi; noi, di formaggi, ne abbiamo molti i più. Con un colpo d’occhio però intravvedo nello scaffale a fianco un familiare colore rosso. Un colpo di fortuna: i pomodorini ciliegini volano nel carrello. Fuori uno.

Cerco qualcosa di facile. Due vasi grandi di olive snocciolate, e due col nocciolo. Li vedo. Per fortuna sono di vetro: sulla presenza o meno del nocciolo non mi fregano. Ma cosa vuol dire vasi grandi? Grandi rispetto a cosa? Poteva darmi del peso invece delle quantità! Mi concentro sulle confezioni più grandi. Olive in salamoia: esiste un altro modo di conservarle, o vanno bene queste? Speriamo in bene.

Cinque pacchetti di trofie e sei confezioni di pesto. L’indicazione scritta da Raffaella è che li conservano nella zona refrigerata, insieme. Potrebbe essere un colpaccio: due cose in una sola botta! Vedo una fila di frigo. Passo una mezz’oretta, rischiando la  periartrite al braccio destro, ad aprire e chiudere inutilmente sportelli di freezer, ripieni di gelati, pizze e pesci surgelati. Sconfortato mi rivolgo all’unico inserviente nei paraggi, un uomo di colore, chiedendogli delle trofie. Mi guarda con aria perplessa. Temo che mi stia prendendo in giro, e per metterlo alla prova gli chiedo dove si trova il cous cous. Lo trovo ferratissimo. Capisco che è in buona fede, ma che non mi può essere di nessun aiuto.

Chiedo allora a una signora, che poteva essere mia zia, e faccio la tardiva scoperta di aver sempre sottovalutano l’istinto da crocerossina che in una donna può scatenare il fatto di vedere un uomo lasciato dalla compagna in balìa di se stesso in mezzo ad un supermercato. Ed io che per far colpo sulle donne ho sempre puntato sul tenermi in forma giocando a tennis con gli amici!

Con piglio deciso la signora, dopo avermi detto che avevo passato l’ultima mezz’ora nel reparto surgelati, mi accompagna a destinazione. Trofie e pesto non sono più un problema.

È l’ora del tonno. Sulla lista: 800 grammi. Trovo lo scaffale. Ce ne sono decine di marche . Provo un arbitraggio sui prezzi, in fondo c’è la crisi… Niente da fare, tutte le confezioni hanno pesi multipli di tre. Non c’è verso di acquistare 800 grammi, nemmeno impostando un’equazione differenziale. Poteva darmi delle quantità, invece che del peso! Finisco per abbondare, non si sa mai, anche a rischio di mangiare avanzi per tutta la settimana successiva…

E il sacchetto di farro di mais? Dove sarà? Lo cerco affannosamente. Finisco nel reparto del miglio per canarini. Visto il precedente, cerco aiuto da qualche cliente giovane e carina. Niente da fare: sono tutte saldamente presidiate da mariti o fidanzati, evidentemente più previdenti di me, che ho sempre mandato Raffaella a far la spesa da sola….

Trovo finalmente il farro. Sorpresa! È di fianco al cous cous! Vedi a non seguire i consigli… Non è in sacchetto, è in scatola. Pazienza, decido di farmelo andar bene lo stesso.

Sono stressato. Per prendermi una pausa decido di rivolgermi ai prodotti sui quali mi sento forte: piattini, posate e bicchieri di plastica. Li trovo con relativa facilità. Orrore, hanno colori improponibili: arancione, viola cardinalizio, verde pisello… So che non potrei mai farli vedere in casa. Ma quelli bianchi non li fanno più? L’unica alternativa sembrano dei piattini col disegno dei Gormiti, ma capisco che tutti avrebbero pensato che erano degli avanzi dell’ultima festa dei bambini. A malincuore scelgo quelli arancione, che mi sembrano i meno peggio.

Fagiolini in scatola 500 grammi. Facile, direte voi. Ma volete quelli normali, i fini o i finissimi? Salomonicamente, dopo ampio studio, scelgo quelli medio-fini.

Una voce celestiale interrompe le mie ricerche: “informiamo i gentili clienti che tra dieci minuti il supermercato chiuderà”. Maledizione, già le otto e tre quarti!

Guardo affannosamente la lista: il più è fatto, ma devo accelerare.

Cinque tubi Pringles. Ma come, non aveva sempre detto che facevano malissimo ed erano un concentrato di colesterolo? Comincio a sospettare che voglia avvelenare i miei invitati…

Ecco il banco dei salumi. Prosciutto crudo. Si, ma quanto? Chiedo consiglio all’uomo al banco. Fa lui la quantità. Mi sembra poca…la raddoppio.

Irrompe di nuovo la voce celestiale: “cassa 15, chiudi!” Le pulsazioni mi aumentano. Mi riaffiora l’incubo del concorso notarile, quando in tre giorni, con tre prove scritte di sette ore l’una, ti giocavi l’esistenza, e gli inflessibili commissari passavano tra i banchi: “tempo scaduto, consegnate!”.

Diamine, ho lasciato indietro la mozzarella! Corro di nuovo allo scaffale dei formaggi, con l’occhio divenuto nel frattempo un po’ più esperto. Trovo finalmente i bocconcini di mozzarella Vallelata ma, orrore, ne sono rimasti solo tre sui quattro della lista! Capisco che non ho più il tempo di rimediare, e prendo quello che posso. Già che ero lì ci aggiungo il grana, che non si sa mai…

“Cassa 12. Chiudi!” Lo spettro di un finale da film dell’orrore con me rinchiuso nottetempo nel supermercato si sta materializzando!

Corri me medesimo, corri!

Brandeggio il carrello tra gli scaffali come fosse un gokart. Mi accorgo che non avevo visto che c’erano anche i pomodorini ciliegini biologici, ma non c’è più tempo per approfondire.

Niente vino, lo portano gli ospiti, scarico nel carrello un intero cartone di birre, che pesa un quintale. Capisco che sto seriamente mettendo a rischio l’esito dell’ozono terapia che ho appena fatto per un’ernia discale. È il turno dell’acqua gassata, altro peso inaudito.

“Cassa 9, chiudi!” Non posso aspettare oltre. Corro verso la cassa e… Maledizione! I piattini e i bicchieri di plastica bianchi! Ma perché non li hanno messi insieme agli altri? Lascio il carrello e corro disperatamente a rimettere quelli arancione al loro posto…

Trafelato arrivo alla cassa n. 5, l’ultima con la luce ancora verde, la luce della speranza.

Con tocco esperto la cassiera fa passare i miei acquisti sul lettore del codice a barre. “Ha la carta Fidaty?” La carta che? Mi sovviene che spesso avevo visto con sgomento la voce “Fidaty” nell’estratto conto della banca, ma confesso che non ci avevo proprio pensato. “Ce l’ha mia moglie, ma non l’ho qui con me. Che vantaggi dà?” “Su alcuni prodotti c’è il 20% di sconto…”.

Ho un tuffo al cuore. Sono tentato di rimettere tutto a posto e di ritornare il giorno dopo, ma non ce la faccio…

Mogio mogio pago, poi, sotto lo sguardo comprensivo della cassiera osservo il carrello. E adesso come faccio a portare tutta quella roba in macchina? “Non si preoccupi, può portare il carrello vicino alla macchina!” Mi rassicura la cassiera.

Sfidando la forza di gravità, con titubanza, infilo il carrello nella rampa mobile inclinata, convinto che faccia la fine della carrozzina della famosa scena del film “la corazzata Potemkin” di Ejzenstejn; e invece no, rimane incollato alla rampa come un francobollo ad una raccomandata. Potenza della tecnica!

Scarico alla rinfusa la spesa nel baule della macchina. Poi vado a riporre il carrello. Armeggiando un po’ riesco a recuperare il mio eurino. Che soddisfazione! A volte anche piccole cose riescono a risollevare il morale…

La missione è quasi compiuta. Mancano le patate e il melone, e forse dovremo lesinare sui bocconcini di mozzarella, ma posso passare dal fruttivendolo domani. È l’ultimo giorno, lo so. Ma noi di Parlamento Salute siamo abituati a vivere alla giornata.

Una cosa però l’ho capita: non mi spaventa la prospettiva di affrontare la spesa pubblica, è quella privata che mi terrorizza.

Considerazioni e comunicato del comitato sulla vicenda dell’affidamento di una bambina a una coppia Gay

La decisione del Tribunale dei minori di Bologna di dare in affidamento temporaneo una minore a una coppia gay è stata ripresa con clamore dai telegiornali nazionali e dai principali quotidiani.

A Parma, dove vive la bambina con la madre e risiede in particolare la coppia affidataria la vicenda è stata oggetto di ulteriori approfondimenti, e in particolare sono state riportate con evidenza quelle che alle nostre orecchie sono percepite come voci di sciacallaggio corale: l’immancabile Giovanardi, Salvini della Lega Nord, due deputati   di SC Gigli e Sberna che si sono offerti come affidatari della bambina (tanto cosa conta se la portiamo a centinaia di Km dalla madre…).
Poco importa agli avvoltoi che persino la Curia di Bologna non abbia in alcun modo condannato la decisione, mostrando grande rispetto per i giudici; una classe dirigente che ove può tuona e fa proclami altisonanti sembra quasi che colga ogni occasione per fare dimenticare al paese il saccheggio delle risorse che continua nonostante la crisi.

Anche i commenti a favore della decisione, quando provenienti dal mondo politico sono state sopra le righe, in un clima di muro contro muro del tutto sbagliato.

Unica dichiarazione “decente” è quella venuta dalla presidente della commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, Michela Vittoria Brambilla, che ha invitato la politica a non strumentalizzare la vicenda e a considerare solo il bene della bambina interessata.
Un paese civile e normale è un paese in cui notizie di questo tipo non esistono, e in tal senso si esprime PArlamento Salute per Fermare il declino di Parma:

<<Grande risonanza ha suscitato la notizia dell’affidamento di una bambina ad una coppia gay di Parma.

Secondo il comitato di Parma per Fermare il declino non c’è nessuno scandalo in questa vicenda. L’unico scandalo semmai, sono i politici che hanno gridato alla fine della famiglia e denigrato i giudici per la loro decisione.

Sul caso dell’affido sono infatti fioriti commenti provenienti in gran parte dal mondo politico, incapaci di comprendere la differenza tra adozione e affidamento.

Chi percorre la strada dell’adozione fa un atto di coraggio e generosità, ma lo fa talvolta  con un fine, di dare una continuità alla propria famiglia.

L’affidamento è un atto di pura generosità umana, di spirito di servizio, associato soprattutto a una gestione, nelle veci di genitori mancanti, talvolta di beni materiali ma soprattutto di supporto morale, nell’interesse di un terzo minore o inabile.

Ci sono casi di affidamento anche ad una persona singola, che si prende carico della tutela di un patrimonio più importante di quello materiale: per un bambino potere crescere con la presenza e la tutela di adulti che collaborano con i genitori non in grado di gestirli.

Nel caso specifico ci si troverebbe anzi nel caso di un aiuto che viene da una coppia di vicini, quindi di persone che la bambina conosce e con le quali si sa già ben rapportare.

Come poteva decidere in modo migliore un Tribunale dei minori?

Bisognava discriminare in nome delle loro preferenze sessuali persone vicine solidali e disponibili?

La brutta notizia è che una parte cospicua della nostra pseudo classe dirigente abbia sentito il bisogno di creare un caso e commentare con proclami roboanti e fuori luogo.

Se la notizia non ci fosse stata, come è avvenuto per fortuna altre volte, ci saremmo sentiti un po’di più cittadini di un paese normale.

Quindi se ci permettiamo, come comitato di Parma del movimento per fermare il declino,  di esprimere un giudizio su questa vicenda, non è per parlare di una sentenza equa, ma per esprimere rammarico e indignazione per l’atteggiamento di tanti esponenti politici  incapaci del rispetto per la magistratura, per qualsiasi accadimento  che minacci la loro visione omofoba della società, incapaci di rispettare la delicatezza e la riservatezza di una questione che tocca il percorso di vita di persone che se potessero esprimersi vorrebbero dire a questi personaggi politici: “tacete per favore”.>>

Pannelli pubblicitari regolamentari e un Governo entro Natale, le elezioni in Germania

E’ stato poco meno di un mese fa che in Germania è stato eletto il nuovo Bundestag, il Parlamento federale tedesco e il nuovo Cancelliere Federale. Fino al 22 settembre, data delle elezioni, e siamo in attesa di capire come verrà organizzato il nuovo governo tedesco.
Tralasciando chi ci piace e chi non ci piace, lasciamo che i politici tedeschi facciano il loro lavoro e parliamo della campagna elettorale e dei risultati di queste elezioni.
La campagna elettorale è stata una sorpresa: per alcune settimane si sono visti pannelli, per la maggior parte non più grandi di un A3, in cartoncino, appesi con ordine e puntiglio ad ogni palo della luce,ogni cartello  pubblicizzava un candidato con nome, cognome e partito di appartenenza.
CDU (Unione Cristiano Democratica), SPD (Partito Sociale Democratico) e FDP (Partito Liberale Democratico) si sono affidati a candidati in giacca e cravatta di colore grigio scuro, quello che io chiamo “abito tedesco da riunione”. Ovvia eccezione la Kanzlerin Angela Merkel, che è apparsa in un unico, più grande, pannello in una bella posa e con una sua tipica giacchetta bordeaux.
Die Grünen, (i Verdi) hanno proposto una pubblicitaria elettorale con lo slogan „Naturalmente Verde“: il candidato, più informale, era avvolto da un patina verde sfumata, più carica nella parte bassa del pannello.
Un’altra idea, secondo me interessante, diffusa dai Verdi è stata la campagna incentrata non sui candidati, ma su concetti forti raccontati in pochissime parole da un personaggio-simbolo con la domanda „E Tu?“. Per esempio: „Portiamo nuova energia“ „E TU?“.
Die Linke (la Sinistra) ha dato mostra di una campagna di manifesti che definirei basic, pannelli bianchi, parole scritte in nero e il logo, quasi senza protagonisti. Tuttavia, nel volantino che ho ricevuto nella posta si presentano una fila di persone disegnate che dovrebbero rappresentare l’elettorato del partito, o almeno le persone per cui loro in particolare si impegnano: tra questi ho riconosciuto un transessuale, un bambino, una donna di colore, un anziano e una ragazza in calze a rete.
Menzione d’onore per i Piraten (Partito Pirata), che hanno portato, insieme con candidati giovani e freschi in jeans, un vero pirata, in basettoni e cappello piratesco. Ho dovuto fare delle ricerche per capire che non fosse una mascotte ma un reale candidato.
Quasi tutti i principali partiti hanno lasciato n°1 volantino in ogni cassetta delle lettere, inoltre è stato trasmesso in televisione un dibattito di 90 minuti tra i due „primi“ candidati di CDU e SPD il 1 settembre, mentre il giorno successivo si sono confrontati gli altri tre candidati „minori“, di FDP, Grunen e Die Linke.
Risultati? Premetto che, nonostante i tedeschi siano molto riservati sulle loro preferenze di voto, qualche segnale della vittoria di CDU e della Cancelliera era stato suggerito da una, spero velata, indagine di chiacchiera con amiche e amici. In definitiva, il partito CDU ha raggiunto il 42% dei voti e circa il 50% dei seggi.
Abbiamo un netto vincitore dunque, dov’è il Governo? L’alleato di CDU, cioè FDP (Partito Liberale Democratico) ha totalizzato il peggiore flop di voti dall’inizio della propria carriera, arrivando a non superare lo sbarramento del 5% e non trovando quindi posto in Parlamento. Di conseguenza, CDU da sola non può governare e la Cancelliera Merkel si dovrà accordare con SPD (Socialdemocratici) o con i Verdi per creare un governo di maggioranza.
Una coalizione “rosso-verde” con SPD, Die Linke (Sinistra) e Die Grunen raggiungerebbe teoricamente la maggioranza, ma questa opzione sembra non verrà considerata perché trova delle resistenze interne quasi ad ognuno di questi tre partiti.
Con aria scandalizzata, una ex insegnante delle scuole superiori mi ha spiegato che ancora non c’è un Governo, però hanno promesso che verrà concordato entro Natale.
Perché il Partito Liberale Democratico FDP ha raggiunto un risultato così drammatico? La parola ad un amico tedesco che ha ammesso di averli precedentemente votati: “perché non hanno fatto nulla, ma nulla, di quello che avevano detto, anzi non hanno lavorato”. Da tenere presente anche per noi: forse non è solo questione di programmi, ideali ed etica. La speranza è che lavorare ed impegnarsi come stiamo facendo venga riconosciuto anche in quel panorama politico frastagliato e vetusto che è l’Italia.

Bilancio e Intelligence

Sono in vista le elezioni amministrative a Modena, in questo contesto diventa molto importante conoscere ed analizzare le azioni intraprese dall’attuale e dalle precedenti amministrazioni, a questo scopo è strumento fondamentale di analisi il bilancio comunale.

Con questo articolo Gian Luca Muzzarelli inizia una serie di analisi che partendo dal bilancio del comune ci presentano come l’amministrazione si è mossa nella gestione della cosa pubblica.

A Modena accade anche questo di Gianluca Muzzarelli

Legare il Bilancio di un Comune alla capacità di raccogliere dati ed informazioni sugli o contro gli avversari politici, sembra una cosa senza senso. Ma non è così. La sinistra governa a Modena da oltre sessanta anni, prima come PCI, poi come PDS, poi come DS, ora come PD.

Ai bei tempi del comunismo e della guerra fredda il PCI aveva la notissima struttura cellulare con cui tramite volontari politici poteva contare e controllare tutti gli aderenti, verificandone poi la fedeltà con i risultati della cabina elettorale. Dopo la caduta del muro di Berlino e la evaporazione delle ideologie, la fedeltà dei volontari e la loro determinazione politica è progressivamente venuta meno, ma non è certo scomparsa del tutto. Il PD, nella sua componente veterocomunista, è ancora presente, almeno in parte, soprattutto da noi, ma non controlla più come una volta il proprio elettorato, ora molto più fluido, più soggetto ai cambiamenti di opinione, meno ideologizzato. Allora è necessario utilizzare strumenti diversi, in primo luogo per conoscere meglio la base di riferimento; su questa conoscenza costruire una strategia di controllo del territorio in modo tale da inibire ogni possibile spazio di manovra all’avversario. Quindi si tratta di conoscenza non certamente fine a se stessa, ma finalizzata ad una vera e propria gestione del potere politico.

Uno strumento preziosissimo a questo scopo è proprio il Bilancio, che offre una varietà pressoché infinita di opportunità di intervento. Partendo dai mondi della cultura e dello sport, in cui il PD è inserito da tempo. Le tradizioni non vengono mai dimenticate, anche se dal 2012 sport e cultura non possono più essere posti nel novero delle funzioni fondamentali per un Comune. Di ciò si è accorta anche la Giunta di Modena che riporta testualmente, nella sua relazione al Bilancio 2015, riferendosi alla legge 135/2012 (cosiddetta “spending review”): “Con riferimento alle funzioni fondamentali dei Comuni, sono ridefinite le funzioni fondamentali, con una descrizione più precisa delle funzioni stesse, mantenendo comunque l’esclusione per le funzioni culturali, sportive e dello sviluppo economico”. Quindi sport e cultura erano e sono tuttora fuori, almeno per il Governo Monti e quelli precedenti, ma sono invece dentro per il Comune di Modena. Sarebbe troppo lungo elencare, in queste righe, tutte le iniziative, da quelle meno costose a quelle costosissime, che l’Amministrazione dedica a questi due mondi. Purtroppo dai revisori dei conti neppure una parola su questo evidente controsenso. Ricordiamo che funzioni fondamentali sono, oltre all’organizzazione generale e finanziaria del comune, al catasto, anagrafe e stato civile, la gestione del territorio sia urbano che rurale, l’ambiente e i rifiuti, la protezione civile, l’edilizia scolastica, la viabilità e i trasporti pubblici comunali, i servizi sociali, l’istruzione pubblica e gli asili nido, la polizia locale, l’assistenza scolastica e la refezione. Ma è presente un altro modo, molto più sottile e meno evidente del trasferimento di denaro puro e semplice. La Giunta di Modena si è data un gran daffare per essere presente, in forma diretta, in tutti i gangli della vita sociale ed economica della città. E’ chiaro che il fatto di essere membro di 14 società è, come minimo, una fonte informativa di prim’ordine nei settori in cui operano queste società. Dalle banche (BPER e Banca Etica) alle farmacie (12 al momento, 13 il prossimo anno), alla formazione del personale, dalla valorizzazione del territorio alla filosofia (alias cultura), Modena è presente con partecipazioni di entità variabile, ma significativa, in tutti questi settori. Per non parlare dei consorzi (3), delle aziende per i servizi alla persona, delle Istituzioni (1, l’Istituto Musicale Vecchi-Tonelli, ancora cultura), alle 54 concessioni per servizi pubblicidati in gestione ad altri. Che si tratti di servizi pubblici è chiaro, che siano servizi scaturenti da obblighi, è molto meno chiaro. Infatti sport e cultura sono ancora ben presenti all’interno di questa rassegna. Voglio ora ricordare i cosiddetti strumenti di programmazione decentrata, atti, cioè, che sono utilizzati in forma massiccia, in collaborazione con una miriade di altre istituzioni, enti, associazioni, e realtà varie sul territorio, da lasciare senza parola. Si tratta di ben 79 iniziative di vario genere, tutte formalizzate con atti precisi, alcune molto costose, altre meno costose, altre prive di costi, altre ancora dai costi imprecisati, con i quali il Comune interviene o propone di intervenire nei settori più disparati: uno, in particolare, degno di nota soprattutto per i risultati nefasti: nel settore ferroviario sono stati sottoscritti ben quattro accordi di programma, di cui tre anche con Ferrovie dello Stato SpA e TAV SpA, relativi alla riqualificazione della stazione ferroviaria di Modena, alla sistemazione del nodo ferroviario e alla quadruplicazione ferrovia veloce tratta MIBO. Questo attivismo ha avuto come risultato, diretto o indiretto, la scelta di Reggio Emilia come stazione per l’alta velocità. Non credo sia necessario commentare.

Altri strumenti di programmazione decentrata vanno dal trasporto merci nel bacino ceramico ai patti per la scuola, dai nidi aziendali agli itinerari scuola-città, dalla formazione per insegnanti alle iniziative con Modena Radio City per Mercantingioco, al controllo della qualità dell’aria, addirittura all’adesione all’accordo di partenariato per la sicurezza urbana con la Polizia Municipale di Torino e Venezia; insomma un florilegio di attività totalmente disomogenee, realizzato con una varietà di atti (9 Accordi, 1 Accordo applicativo, 20 Accordi di programma, 9 Accordi volontari,

1 Adesione, 1 Carta d’intenti, 25 Convenzioni, 1 Fondo, 1 Patto, 1 Primo protocollo, 1 Progetto, 2 Protocolli,7 Protocolli d’intesa) che dimostrano anche una eccezionale fantasia nel saper dare la perfetta denominazione al tipo di attività che si intende mettere in campo. Che poi tutto questo sia utile al cittadino modenese, oppure sia in linea con le funzioni fondamentali che un Comune deve svolgere, è piuttosto difficile capirlo.

Ma non è finita qui. Infatti si è assistito, soprattutto negli ultimi anni alla partecipazione del Comune di Modena ad una serie di Fondazioni che aggiungono, a quello di cui si è già scritto in precedenza, anche molta visibilità e un ritorno d’immagine di tutto rispetto. Questo è un fenomeno abbastanza nuovo, in quanto si è sviluppato soprattutto a partire dagli anni 2000. Si tratta di fondazioni, alcune delle quali molto costose, altre meno costose, altre senza spese per il Comune, che danno occupazione a 200 persone (lavori utili in senso proprio? solo socialmente utili? del tutto inutili?), sulla cui necessità di partecipazione per il Comune di Modena ci sarebbe molto da dire.

Va anche rimarcato che per 9 di queste fondazioni Modena è socio fondatore, mentre per una è addirittura socio fondatore promotore.

Ovviamente, quando sono utilizzati fondi pubblici, tutto quanto sopra descritto viene pagato dal cittadino. E la descrizione potrebbe continuare, ma preferisco fermarmi qui. Chi legge avrà certamente capito tutto.

Per uno come noi che immagina o, meglio, sogna lo stato e le amministrazioni locali come enti leggeri, non invasivi, efficienti, attenti alla spesa pubblica, indisponibili allo spreco di denaro, rispettosi del cittadino, favorevoli alla libera iniziativa, tutto questo suona come qualcosa di inverosimile, lontano anni luce dai principi e dall’etica liberale. Ma tant’è. Prima ci abitueremo a questo sistema, meglio lo conosceremo, meglio saremo in grado di contrastarlo e, se possibile, di sconfiggerlo.

IN CAMMINO PER CAMBIARE

Ma facciamo di tutto perché ciò avvenga veramente!
Socio sostenitore di “Fare FiD” dal Gennaio 2013, ho aderito senza indugio al progetto comune dei movimenti e partiti di area e anima Liberal Democratica che vuole sfociare, “…nei tempi che le nostre capacità ed i fatti determineranno, nella costruzione di un partito liberale e popolare di massa…” (prof. Boldrin)
Se è pienamente da condividere il suo carattere aperto e costruttivo, in ogni caso, il chiaro e decodificato DNA di ognuno di questi gruppi deve inevitabilmente essere, a mio parere, COMUNE: il credo Liberalista e ciò che questo significa in ottica europea, deve essere il fattore fondante per creare veramente il Partito che non c’è e non rimanere slogan.
La scelta stessa del posizionamento a livello Europeo ( se P.P.E.; A.L.D.E. o altro) deriva da questa chiara appartenenza e scelta di campo, l’unica che – nel volutamente confusissimo panorama italiano, dove partiti che si posizionano fra i conservatori e si dichiarano liberisti (!!) hanno sviluppato per decenni politiche socialiste e business per propri comitati di affari- ci possa permettere di essere un partito né di destra né di sinistra ma “sopra” come il Prof Boldrin ama – giustamente- identificarlo.
Non mi fa temere per gli sviluppi futuri che a questo primo importante appuntamento unitario siano convenuti solo piccoli partiti così come altrettanto piccoli risultino i movimenti ed i gruppi che in questi mesi hanno manifestato interesse per l’idea e stanno aderendo.
E’ la migliore situazione per un confronto aperto e senza ruoli e/o interessi precostituiti da difendere.
La bussola deve sempre segnare però la direzione del Liberalismo europeo e deve portare chiunque partecipi a questo progetto a essere estremamente concreto nei fatti più che negli enunciati.
In quanto “repetita iuvant” , riepilogo ad esempio i 10 punti di accordo del “Cammino per Cambiare”:
1. Riduzione del debito statale, mediante dismissione del patrimonio pubblico;
2. Riduzione della spesa pubblica, mediante riduzione del perimetro dell’intervento pubblico
nell’economia, con conseguenti privatizzazioni ed eliminazione d’ingiusti sussidi;
3. Riforma fiscale, che porti ad una drastica riduzione della pressione complessiva e tuteli i
cittadini e le imprese dagli abusi della burocrazia pubblica;
4. Riforma dello Stato in senso federale, con attribuzione di autonomia impositiva e finanziaria alle Regioni e agli Enti locali in modo da rendere i governi decentrati responsabili delle proprie scelte davanti agli elettori e con meccanismi di perequazione trasparenti a favore delle aree più deboli. Costruzione di un’Europa federale che si ponga come soggetto politico unitario internazionale.
5. Riforma del diritto del lavoro, per assicurare l’elasticità in ingresso ed in uscita, garantendo i più deboli mediante l’introduzione di un sussidio di disoccupazione universale;
6. Riforma della Pubblica Amministrazione, con drastico taglio delle strutture burocratiche e delle procedure amministrative, riducendone i costi esorbitanti. Rivedere la giustizia civile e rivisitare quella penale per fare sì che la certezza e celerità del diritto diventino una realtà per tutti i cittadini e non solo propaganda elettorale;
7. Riforma del sistema creditizio e tutela del risparmiatore, liberandoli da protezioni e influenze estranee al sistema bancario e finanziario;
8. Lotta all’illegalità, con particolare attenzione alla criminalità organizzata e alla corruzione;
9. Riforma del sistema educativo, per ridare alla scuola e all’università il ruolo di volani dell’emancipazione civile e socio-economica delle nuove generazioni. Occorre spendere meglio e di più per creare il capitale umano delle nuove generazioni e per fare questo vanno introdotti cambiamenti sistemici. La concorrenza fra istituzioni scolastiche e la
selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo.
10. Riforma del finanziamento della politica, abolendo quello statale e sostituendolo con quello dei cittadini, inquadrato in precise regole di trasparenza e democrazia civili unite a tetti antimonopoli di influenza; adozione di una legislazione adeguata ad eliminare i conflitti d’interesse nella vita politica ed amministrativa.
Per andare al sodo e per prendere un punto fra i 10 elencati su cui basare il commento generale:
Parlare di riduzione del debito statale tramite dismissione del patrimonio pubblico dice NULLA, perché nulla è veramente successo nei decenni in cui questo “alto” punto
programmatico è stato inserito da quasi tutti i governi in carica. Veti di interesse, Burocrazia e Parastato in costante difesa, destinazioni d’uso immodificabili, quote di
aziende pubbliche incedibili, sindacati contrari, regioni e provincie con normative diverse e contrastanti, lobbies di settore e “lobbysmo di campanile” pronti a battaglie “socialmente non sostenibili dalla classe politica in carica” …..: questo è il muro (immane!!!) da affrontare punto per punto !!!!!!!!!!
Non penso sia necessario rivelarlo prima delle elezioni e sicuramente è meglio avere le idee ben chiare e pronte a essere messe in pratica prima di esplicitarle, ma per ogni
singolo punto un approccio concreto per l’Italia caotica e relativista dei nostri giorni non può prescindere da:
•    un chiaro e dettagliato elenco di tutto ciò che contrasterà la realizzazione di quegli obiettivi;
•    come affrontarli inserendo almeno due o tre soluzioni diverse a seconda dell’evoluzione del problema inserendo un piano di priorità per permettere un “filotto” burocratico-amministrativo e istituzionale celere e vincente;
•    Rendere chiara la complessità d’azione per dare consapevolezza a una massa elettorale che richiede il “tutto e subito” che la velocità in questi casi la si misurerà in anni (in certi casi -pensiamo al nostro quasi immodificabile Sud- in generazioni)
Senza temo che i principi rimarranno solo tali;
Qualsiasi azienda che prospera su progetti e/o commesse pluriennali complesse vive di Project managers e team di progetto che dedicano anima e corpo a ognuno dei singoli
problemi che la complessità e il tempo di sviluppo comporta. L’uso di sistemi PERT per dare priorità, sistematicità e logica operativa sarebbe opportuno anche in un progetto così complesso come quello che vogliamo attuare (assolutamente vogliamo attuare!!!) : cambiare l’Italia caotica, medioevale e burocratica che tutt’ora ci tocca sopportare!

Costo e cibo di una famiglia italiana in Germania

Tra le mete preferite degli italiani residenti all’estero, la Germania viene dipinta dai media italiani a tinte più o meno entusiastiche, senza mancare di sottolineare con la frase fatta di sempre che “sì, si guadagna di più ma è anche più alto il costo della vita”.
Ma quanto costa vivere in Germania? Mi sono focalizzata sull’alimentazione, sulla spesa per il pane quotidiano, il cibo che noi, famiglia italiana residente in Germania composta da 2 adulti e 1 bambino, consumiamo regolarmente. Tralasciando, per questioni di spazio, il discorso del bambino e delle sue necessità, argomento ampio del quale racconterò un’altra volta.
La nostra regione è il Baden-Wuttemberg, nel sud della Germania, una regione ricca, qui hanno sede Mercedes, Porsche e Bosch. Ma non è tutto: all’interno del Baden-Wuttemberg si distingue l’area dello Schwaben, la Svevia, nota in Germania sì per la ricchezza ma anche perché i suoi abitanti sono proverbialmente taccagni.
Nella nostra zona possiamo approfittare dell’offerta di 5 marchi di supermercato: Edeka, Rewe, Kaufland, Lidl e Aldi e ad ognugno potremmo assegnare un livello di prezzo/fornitura.
Comuni a tutti questi supermercati sono i prodotti tipici tedeschi, alcuni dei quali l’italiano non è abituato a vedere, per esempio lo scatolame di carne di maiale spalmabile in varie versioni, affettati di wurstel in diverse combinazioni di carne, spezie e verdura, alimenti con la dicitura “mit butter” bella grande sulla confezione.
Edeka è il meno economico, seguito da Rewe: in questi due supermercati, oltre ai prodotti standard, si trovano facilmente alcune specialità estere (italiane, francesi, greche e turche). Ho reperito uno scontrino di una spesa effettuata da Rewe recentemente, in vista di una serata tra amici.
Ci siamo appunto rivolti a questa catena di supermercati perché consentiva di acquistare qualche elemento stuzzicante come il prosciutto italiano e la ricotta.


Supermercato Rewe
Prodotti Standard
Latte “Alpenmilch” €1,19 al litro
Olio di semi “Ja” € 1,29
Aglio bio € 1,49
Farina “Ja” € 0,45
Sale grosso € 1,99
Prosciutto cotto Bio € 1,99
Lievito di birra € 0,15
Formaggini bambino (tipo Fruttolo) € 1,79
Sale iodato € 0,19
Specialità italiane
Ricotta € 1,99
Prosciutto crudo italiano € 3,59
Parmigiano Reggiano grattuggiato € 1,39
Grana Padano fettina € 2,98
Salsa alla bolognese Barilla € 2,99


Kaufland e Lidl sono dei mezzi-discount, in quanto offrono prodotti a basso prezzo e prodotti di marche note il cui prezzo è più alto. Lidl è conosciuto anche in Italia e i prodotti che vende sono più o meno gli stessi, così come i marchi. Per esempio la polvere al cacao GoodyCao la compravo anche in Italia.
Aldi, anzi Aldi Sud, è un vero discount tedesco: i prezzi sono bassi a fronte di un’offerta di prodotti per la maggior parte tedeschi. Cosa significa questo? Vuol dire che qui non trovi la pasta di grano duro, ma solo la pastina all’uovo per le zuppe e di conseguenza non trovi i sughi per condire la pasta; vuol dire che non ci sono le lasagne surgelate; vuol dire che ti devi rassegnare a guardare due volte lo scaffale del formaggio per trovare uno spalmabile senza dentro niente, un fratello del Philadelphia senza ingredienti aggiunti.
Da Aldi acquistiamo il grosso della spesa e poi completiamo con la pasta e i sughi da Rewe.

Questa è la spesa che ho fatto stamattina:
Supermercato Aldi Sud
Miele € 2,59
Pane scuro a fette € 0,75
Mozzarella di bufala (?) € 1,39
Marmellata € 1,45
Maultaschen (ravioloni locali) € 1,29
Prosciutto cotto € 1,99
Piatto di affettato della Foresta Nera € 1,69
Salmone affumicato € 2,99
Patate bio provenienti dalla Regione € 1,99
Mirtilli € 1,49
Uva € 0,69
Lebenspaezle € 1,79
Latte € 0,65
Hamburger di manzo € 2,29
Jogurt bianco intero € 0,65
Pasta sfoglia € 0,69


Per un curioso caso, in entrambe queste tornate di spesa non ho acquistato la pasta e gli spaghetti: come accennavo precedentemente, ci forniamo da Rewe, dove volendo si può comprare anche Barilla, ed abbiamo trovato nella marca dello stesso supermercato un buon compromesso.
Abbiamo quindi in casa Linguine Rewe, Fusilli Rewe e Spaghetti Rewe: questi ultimi sono da intendersi come “spaghettini”, non come “spaghetti”.
Ho verificato sul sito, dove ci sono tutti i prezzi dei prodotti e potete consultare a questo link e, per fare un esempio, i bio Spaghetti Rewe costano € 1,19 al pacchetto, contro gli € 1,49 degli Spaghetti Barilla. Preciso meglio: anche Barilla sa a che pubblico si rivolge, quindi sotto la dicitura“Spaghetti” troverete “spaghettini”. Per mangiare spaghetti veri dovete comprare gli “Spaghettoni” Barilla, che non sempre sono disponbili.
Al di là del prezzo del singolo prodotto, un aspetto che ritengo virtuoso nella vendita dei cibi in Baden-Wuttemberg è che viene dato rilievo al prodotto “della nostra Regione”, a partire dalle uova fino alle patate e alle mele. Queste ultime in particolare rappresentano un caso eclatante, in quanto nella stagione invernale possiamo trovare sacchi di mele “della nostra Regione” a buon prezzo in vendita ovunque, dalla panetteria allo shop del benzinaio.
Cosa manca invece? Premetto che l’italiano irriducibile può andare in un negozio specializzato in articoli italiani (abbastanza vicino a noi c’è “Ambrosino”) e acquistare quello che desidera, compresi biscotti Plasmon e scamorze.
Ma chi come me si sente già un po’ Schwabisch, percepisce la mancanza dei biscotti (i frollini non sono di moda in Germania), del cono gelato per strada e del preparato per fare la polenta.
Aggiungo anche, per il mio compagno modenese in crisi d’astinenza, qualche tigella e pezzi di gnocco fritto!

Il riordino degli enti locali dalla riduzione dei comuni alla riforma delle Province. Una conclusione mai ci sarà

Ero al bar a fare colazione e leggendo un quotidiano locale mi sono soffermato su una notizia: l’esito positivo del referendum consultivo per la fusione dei comuni di Massafiscalgia , Migliaro e Migliarino.

Si potrebbe pensare ad una visione lungimirante degli amministratori che hanno saputo rappresentare la volontà dei loro cittadini. In realtà, hanno votato meno del 50% degli aventi diritto ed essendo un referendum consultivo non è necessario il raggiungimento di un “quorum”.

Ho verificato quindi cosa hanno fatto gli altri: in Danimarca nel 1967 i comuni sono stati ridotti da 1.378 a 277, in Gran Bretagna , nei primi anni settanta, i distretti passavano da 1.549 a 522; in Belgio i comuni venivano ridotti da 2.353 a 596 e in Germania (ovest) da 14.338 a 8.414.

Mentre in Europa gli enti locali si riformavano in Italia i comuni proliferavano: dall’epoca del fascismo ad oggi il numero dei comuni sono aumentati da 7.314 (nel 1931) a 8.094 (ad oggi), di cui meno del 70% costituito da comuni di piccole o piccolissime dimensioni (con meno di 1.700 abitanti).

La proliferazione di piccoli comuni non è mai stata contrastata dal legislatore: se non con il nuovo Testo unico degli enti locali che pone cautamente un freno all’istituzione di nuovi comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti e, a proposito delle fusioni, con  contributi statali/regionali.

Il comune unico con la fusione dei tre comuni del basso ferrarese beneficerà quindi di contributi economici erogati nei primi 15 anni, secondo quanto previsto  all’art. 16 della L.r n. 10/2008.

Un controsenso rispetto alla spending review: per il riordino sono necessari incentivi economici , ma a favore di chi ?

La politica di riordino ( riduzione ) degli Enti locali in Italia procede quindi lentamente ed in modo inadeguato. Ma non sarebbe stato meglio una vera riforma sull’ordinamento degli enti locali, incluse le Province?

Le Province: “ma questa è un’altra storia” (così direbbe il noto giallista Lucarelli). Sì perché di un vero giallo si tratta.

Dopo la grande riforma del titolo V della Costituzione di circa un decennio fa, che individua la copresenza di quattro livelli di governo (Stato, Regioni, Province e Comuni), le Province verranno declassate dal Governo Monti in enti di secondo livello. I Giudici costituzionali hanno però sancito che la riforma delle Province non può essere disposta con decreto, ma deve seguire il consueto iter parlamentare.

Ignari della decisione, i legislatori  nel decreto sul femminicidio hanno reintrodotto la riforma delle province e conseguentemente il commissariamento per evitare le elezione dei presidenti alle prossime amministrative.

Sorge spontaneo chiedersi: “cosa c’entra la legge sulla prevenzione e contrasto alla violenza di genere con la riforma delle Province ?”

Ma, è proprio leggendo il Resto del Carlino del 4 ottobre che riporta la notizia che nella legge di conversione viene infilato un emendamento che prolunga i commissariamenti imposti dal decreto Monti, che mi fa  ormai pensare che siamo in un Paese “schizzato”.

In assenza di legge di riordino la conseguenza sarà il ritorno alla legislazione precedente. E quindi al voto dei presidenti provinciali. Con buona pace dell’ennesimo provvedimento bandiera.

Ma come in tutti i gialli … ecco la sorpresa: il ministro Delrio ormai da mesi si sta occupando  del disegno di legge per riformare le province.

Forse una conclusione, se  mai ci sarà , il colpevole non verrà mai preso.

Il Parmigiano resta senza magazzino

Con questo titolo si apriva la copertina della sezione “impresa e territori” del Sole 24 ore di sabato 1° novembre.
E’ la storia di una azienda alimentare reggiana, la Nuova Castelli, pronta ad investire 30 milioni di euro per costruire un grande deposito per la stagionatura del parmigiano reggiano.
E pronta a raddoppiare a 60 se Lor Signori  concederanno di realizzare, bontà loro, anche un grande impianto di produzione.

E’ una storia ordinaria di potere usato contro la gente, la creazione di posti di lavoro, le opportunità di crescita.
Potere usato anche contro il comparto lattiero caseario, perché il terremoto ha distrutto molti magazzini di stagionatura, che oggi non sono sempre in numero sufficiente, e quel deposito farebbe comodo anche ai produttori.
Potere contro Il sindaco di San Martino in Rio, al quale l’azienda si era rivolta per realizzare nel territorio del comune l’ambizioso progetto, le decine di posti di lavoro che sarebbero stati creati avrebbero ampiamente compensato i 24 posti di lavoro di prossima perdita per la chiusura di un maglificio locale.

Ma sulla strada di un imprenditore che fa utili e di un sindaco che tutela la sua gente, o almeno ci prova, si pone la provincia di Reggio Emilia, nella persona della sua presidente, Sonia Masini.
Si, proprio la provincia, quell’ente che tanti, almeno  a parole, vorrebbero abolire, simbolo del parassitismo della partitocrazia, riafferma il suo ruolo di organo burocratico e centralistico.
Altro che federalismo, l’istanza superiore che mette a tacere quella inferiore, come si usa dagli anni cinquanta del secolo scorso.
E poco conta che l’istanza superiore, la provincia, sia un entità da superare e da abolire.
Particolarmente squallido è poi il modo con il quale l’ente dice di no al comune e all’impresa.
Richiamandosi all’art.15 della legge regionale sulla tutela del territorio, invita l’impresa a riformulare la domanda utilizzando quanto previsto dall’art.14.
Poi a voce Sonia Masini dichiara: non è questione di lentezza burocratica ma di muoversi in linea con le strategie dell’Amministrazione.
Dice ancora che le procedure non erano conformi ma, che, più importanti, noi non siamo convinti della bontà di un investimento di quella entità.
Poco conta che i furti nelle piccole strutture siano all’ordine del giorno e una grande struttura offrirebbe garanzie in termini di sicurezza.
Non l’amministrazione al servizio dei cittadini che promuovono impresa e creano lavoro, ma impresa che può essere tale solo se rispetta i dettami del Grande Leader; ah no, scusate siamo a Reggio Emilia, non a Pyong Yang, dove probabilmente l’imprenditore reggiano sarebbe accolto a braccia aperte.
Ma la Corea del Nord è un po’fuori dal territorio  previsto dal disciplinare del parmigiano reggiano, all’imprenditore (Dante Bigi) non resta che sperare di trovare un po’di buon senso nelle province di Parma o Modena, la sua possibilità di delocalizzare è limitata.

LE TEORIE ANTIEURO SMONTATE CON IL BUON SENSO - Parte 2

Il buon padre di famiglia, si diceva. Cerchiamo di vedere come si comporta costui.
Tutti i mesi cerca di accantonare una cifretta per le emergenze e per dare un futuro a sé e ai propri figli e magari ne usa una parte per abbattere i debiti che ha contratto per avviare la propria attività o per comperare un’abitazione.
Per fortuna in Italia ce ne sono tanti, di buoni padri di famiglia, forse è per questo motivo che nonostante un tasso di disoccupazione giovanile alle stelle, i nostri ragazzi e ragazze hanno ancora un tetto sulla testa. La famiglia si conferma l’unico “ammortizzatore sociale” realmente funzionante in questo paese. Ma questo è un altro discorso.
Torniamo al padre di famiglia buono e “rigoroso” che cerca di non spendere mai di più di quel che porta a casa. Secondo alcuni noi stiamo morendo di “rigore”. Sì avete capito bene! Il comportamento del buon padre sarebbe dunque sbagliato e rischierebbe di condurci alla rovina. Mai sentito nulla di più assurdo! Purtroppo tutti i giorni qualcuno si suicida per debiti ma io non ho mai sentito di nessuno che si sia tolto la vita perché ha gestito i propri danari in maniera “rigorosa”.
 Anche chi non chiede di uscire dall’Euro chiede perlomeno che Bruxelles allenti le briglia del rigore. Di base costoro pensano di curare il debito pubblico creandone altro. Raccontano la vecchia storiella degli investimenti statali che creerebbero magicamente posti di lavoro. Investimenti statali e conseguente crescita impediti dai “cattivoni di Bruxelles” che ci vogliono magri e al servizio della cancelliera. Forse si sono dimenticati che questo modello esisteva e ci ha portato qui. Tiro a indovinare. Forse non hanno la memoria abbastanza lunga per ricordare quanti danni ha prodotto la Cassa per il Mezzogiorno e quanti danni sta ancora producendo l’italico “Capitalismo di Stato” che pare ci costi 23 miliardi di Euro l’anno che finiscono in una sorta di pozzo di San Patrizio. E poi evitano accuratamente di dirci dove prenderebbero tutti i soldi che servirebbero per finanziare questi investimenti pubblici.
Ci sono solo due strade possibili, visto che i tagli alla spesa costoro non li contemplano: altre tasse oppure una bella patrimoniale. Le solite vecchie ricette che hanno portato al disastro. I critici del rigore che chiedono di sforare il famigerato tetto del 3% vogliono continuare a incrementare la spesa pubblica, vogliono che lo Stato si continui a comportare come ha sempre fatto. Non come il “buon padre di famiglia” ma come il padre disgraziato che la sera va a ubriacarsi al bar, a donne e magari anche a fare un pokerino con gli amici e che per finanziare il suo stile di vita debosciato si indebita finendo per chiedere soldi a prestito a questo o a quello. Questo è quello che fa lo Stato Italiano da svariate decine di anni, lo Stato Italiano infatti ha debiti pari a 1,34 volte la ricchezza che il paese produce (PIL), lo Stato Italiano si sta spianando la strada verso la Grecia. Non si può prevedere quanto tempo ci voglia per arrivarci ma è certo che se non si inverte la rotta ci si arriverà ed è anche certo che questo paese avrà un futuro sempre più grigio e senza speranza.
La mia povera nonna mi diceva sempre: “la colpa è una bella donna, ma nessuno la vuole”.
La sua saggezza contadina mi sembra si applichi bene agli antieuro e ai loro difensori tutti impegnati a fornire un alibi al padre disgraziato invece che a guardare negli occhi la verità.
Non ci sono oscuri complotti, non c’è sovranità monetaria, non c’è stampa di carta straccia che tenga, non ci sono rimedi magici che ci possano ridare il benessere perduto; c’è solo uno Stato mangione, sprecone e dissennato che per finanziare sprechi, clientele e corruttele da decine di anni scientificamente si indebita e da decenni scientificamente opprime i propri cittadini con uno dei regimi fiscali più vessatori e arroganti del mondo: la pressione sulle piccole e medie imprese, il cuore della nostra economia, sfiora infatti il 70%.
Tale Stato va sottoposto a una drastica cura dimagrante; invece di belare di redditometri vari e meccanismi stile “grande fratello” per controllare gli evasori (che peraltro hanno dato risultati scarsissimi), farebbero bene ad applicarlo allo Stato il redditometro. I cittadini hanno infatti innumerevoli, quotidiane dimostrazioni di dove finiscono i soldi delle loro tasse.
A questo punto normalmente si alza una canea vociante, i Barnard, i Cuperlo, i Fassina, i Landini di turno, che punta il proprio ditino accusatorio e tuona: “ sono le solite ricette neoliberiste che hanno dato la stura alla crisi mondiale, la spesa pubblica non può essere tagliata perché ciò intaccherebbe lo Stato sociale”. Bene! Quindi ne deriva che secondo costoro il finanziamento pubblico ai partiti, ai giornali, alle radio, le auto blu, i mega stipendi dei politici e dei burocrati di Stato, i finanziamenti a fondo perduto alle aziende pubbliche, le pensioni d’oro, i milioni d’euro che vengono gettati nel pozzo senza fondo delle controllate, delle municipalizzate e delle chi più ne ha più ne metta sono STATO SOCIALE. Bene!
 Io penso che queste siano stupidaggini! Penso che sia vero il contrario, penso che grazie ai tagli allo spreco potremmo migliorare lo Stato sociale, diminuire le tasse, favorire gli investimenti e i consumi producendo così quel lavoro di cui abbiamo bisogno disperato e iniziando così a diminuire il debito; questa è l’unica strada da percorrere. Non è un rimedio magico alla Beppe Grillo, ciò che è stato distrutto in 40 anni di malgoverno non si mette a posto in 40 giorni, lo dico chiaro. La strada è lunga e in salita, ma è l’unica a meno che non si voglia continuare a sprofondare.
Ci vediamo alla prossima puntata con la quale inizierò a entrare più nel merito delle teorie dei nostri profeti di sventure.

AFFAIRE SAGRE, QUANDO LA SAGRA E’ UN “CAVALLO DI TROIA” DELLA POLITICA

Una volta si diceva: i problemi in Italia finiscono tutti “a tarallucci e vino”; viceversa, in questi giorni a Ferrara si dice “tutto finisce in sagra”! Saranno i tempi morti del giornalismo locale, mai tanto morti come in agosto, quando sono tutti in ferie, ma un fatto è certo: influenza aviaria a parte (nell’ostellatese), le cronache locali sono egemonizzate dalla polemica sulle sagre. Grande clamore ha suscitato una visita fiscale ad una di queste sagre nel ferrarese: un po’ come l’arresto di Mario Chiesa nel 1992…
A tanto clamore ha fatto da contrappunto lo stanco e inconcludente dibattito che ne è scaturito: “Costituiamo un tavolo!” è stata la parola del Presidente della Camera di Commercio, come se bastasse fare un mucchio di “chiacchiere” per fare non si sa che cosa, specie considerando che non si riesce a comprendere quale competenza specifica possa spendere la Camera di Commercio nella subiecta materia.
“Guardiamo al rapporto qualità-prezzo”, gli ha fatto eco l’Assessore Deanna Marescotti, osservazione giustissima in sé, ma che non si capisce cosa c’entri se pronunciata da un Assessore, visto che, in un’economia di mercato normale, questo rapporto lo decide il mercato. Una risposta comunque non poco “ideologica” e non poco demagogica: mentre dice “Le Sagre No Profit producono quello che produce il ristorante a minor prezzo” e mentre ammonisce i Ristoratori “Fate prezzi più bassi come le sagre, visto che producete le stesse cose”, non considera adeguatamente le macroscopiche differenze che passano tra la ristorazione organizzata una tantum come quella della Sagra e quella organizzata stabilmente delle normali imprese di ristorazione: per forza, se il servizio costa poco nelle Sagre, che praticamente non devono sopportare costi fissi!
Si invoca la legge regionale per regolamentare le “sagre”…
Come al solito, nella canea dei commenti, nasce polverone e si fa confusione.

Cerchiamo di fare chiarezza.
Innanzitutto, per le Sagre No Profit classiche una simile legge non serve! La Parrocchia, il Partito, l’Associazione Sportiva che organizza stand gastronomici per raccogliere fondi e si avvale di volontari.
Nessuno nega la legittimità di questa iniziativa nell’orbita del No-Profit. Una normativa per consentire al Fisco di “vederci chiaro” in queste faccende esiste, va certamente potenziata, ma il sentiero è tutto sommato noto. Come relativamente semplice operare i dovuti controlli: chiaro se poi gli organi di vigilanza chiudono uno o due occhi, tutto finisce (come si suol dire) “a tarallucci e vino”, ma sulla carta la legge consente già di intervenire.
A me personalmente non danno da pensare questi eventi.
Ma allora perché invocare una legge regionale? Per tutelare, si dice, le iniziative che nascono per valorizzare la tipicità dei prodotti: un modo per valorizzare e tutelare iniziative storiche come la sagra dell’asparago, della fragola, dell’aglio, ecc. delle produzioni DOP e biologiche. Iniziativa lodevole di sostegno alla Ns. agricoltura, ma su cui sarebbe opportuno vederci chiaro.


Nessuno dubita che su questi temi debba esserci maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica: ma se davvero c’è un’esigenza di maggiori attività promozionali su queste attività e produzioni, perché non se ne fa carico chi normalmente se ne dovrebbe far carico? Ovvero Imprese Commerciali normali, specializzate nel marketing e nella promozione/organizzazione di eventi? Perché invocare una “legge regionale”, quando basterebbe invocare il “libero mercato”? L’illazione maliziosa allora viene: a chi servirebbe questa legge sulle sagre? All’agricoltura veramente? O ai Partiti? O serve cioè ai partiti per creare “piste preferenziali” per piazzare “al sicuro” proprio personale, che, come noto, viene “riciclato” in“Agenzie Marketing”, sempre più spesso collaterali ai partiti?
La domanda, per l’uomo della strada, è più che legittima…

Boldrin a Parma

Ennesimo “tour de force” per Michele, a pranzo a Genova e a cena a Parma lunedì 26 ottobre.
Nella sala della  “Corale Verdi “, popolare ritrovo degli appassionati della lirica della città emiliana, oltre 120 persone per il presidente di “Parlamento Salute per Fermare il declino”, una sede che, crediamo, aveva un valore simbolico,   il celebre verso “Oh mia patria sì bella e perduta!” di Temistocle Solera per la musica di Giuseppe Verdi nel Nabucco, ben descrivono i sentimenti di chi ancora crede nel nostro sistema paese e si batte per il suo rilancio.

Si è svolto un confronto che ha spaziato dall’italianità in economia, alle fondazioni bancarie, alla cultura come investimento e non come spesa; i momenti più interessanti sono stati forse quando si è parlato di “fare impresa oggi”, della necessità di riscoprire, attualizzandoli al difficile mercato odierno, le qualità imprenditoriali delle nostre genti. Molto stimolanti gli interventi dell’imprenditrice Ombretta Sarassi e della consulente aziendale Marilena Moia.
Un altro spunto stimolante è venuto dall’arch. Flavio Franceschi, aderente al movimento, già presidente delle Fiere di Parma, che in un intervento sul tema “come creare un nuovo federalismo europeo con il superamento dell’attuale organizzazione regionale inefficiente e sprecona” ha parlato dell’adesione al nostro movimento come di un “gesto di patriottismo” in un momento nel quale la nazione è affidata a mani inadeguate.
La cena in una bella  sala del ristorante del circolo, addobbata di ritratti di Verdi e di episodi relativi ad eventi di musica lirica, nonché di prosciutti appesi che hanno entusiasmato il nostro amico bolognese Gilberto Bonaga, ha concluso l’evento.

WELFARE AZIENDALE. NON SOLO CASSA INTEGRAZIONE

Se un’Azienda intende erogare un premio una tantum di € 1.000 lordi al Dipendente, con aliquota fiscale sostitutiva del 10%, quale costo aziendale dovrà sopportare? E quanto sarà l’importo di retribuzione netta che il Dipendente percepirà? Risoluzione- Costo in capo all’Azienda: Posta l’aliquota INPS a carico dell’Azienda a 28,98% e un premio INAIL al 4 per mille, il costo aziendale corrispondente sarà di € 1.401.
Risoluzione-Netto del Dipendente: Posta l’aliquota contributiva INPS c/dip al 9,19% e l’aliquota sostitutiva IRPEF al 10% (si da per scontata la sussistenza dei presupposti reddituali di legge per applicare il beneficio fiscale della detassazione), l’importo netto che il Dipendente percepirà sarà: € 817 circa.
Implacabile logica dei numeri!
Proviamo, però, a considerare il caso da un’angolatura diversa e a impostare diversamente i termini del problema: esiste un sistema tale per cui il Dipendente acquista il valore pieno di € 1.000 e l’Azienda non è tenuta a sopportare oneri aggiuntivi?
La risposta è SI, questo è il sistema dei flexible benefits.
Entriamo nella terra ieri abbastanza incognita (oggi meno) di quello che forse un pò pomposamente, ma certo efficacemente si chiama Welfare Aziendale.
I casi Luxottica, Alitalia, TetraPak (Modena), Banca Intesa San Paolo, Banca Unicredit, Mediaset, SAS Institute, Vodafone sonogià in questo senso case history: dall’Assistenza Sanitaria gratuita, ai corsi di formazione, all’iscrizione a circoli ricreativi, alla consulenza legale e fiscale, queste Aziende hanno utilizzato questa leva del benefit cd “in natura” non solo come alternativa al premio ad personam in busta paga, ma anche come compenso per riduzioni d’orario, Cassa Integrazione parziale, veri e propri percorsi di graduale espulsione dall’Azienda. Queste iniziative sono state comunque giudicate in modo più che positivo e sono diventate ormai una vera e propria “buona prassi” esemplare in tempo di crisi: nella generale caduta del reddito reale del Lavoratore Dipendente (aggravato, per altro, dal cronico problema del “cuneo fiscale” tra retribuzione al lordo di tasse e oneri sociali e retribuzione netta), il Dipendente, attraverso questa tipologia di benefit, ottiene un netto da spendere in servizi per un importo decisamente superiore. Beneficio aggiuntivo sì, ma che per l’Azienda non comporta costi aggiuntivi, ma altresì può essere fonte di risparmi.

Quale Datore di Lavoro intelligente non auspicherebbe di gratificare il proprio Dipendente, senza che tale gratifica gli provochi ulteriori costi del lavoro? Fosse cosi facile…
Purtroppo, come sempre accade in queste faccende, e’ la legge che spesso si mette in mezzo. Manca, infatti, nel Ns. ordinamento una legislazione fiscale- previdenziale uniforme e coerente sul Welfare-benefits aziendale: attualmente, le Aziende sono costrette ad un vero e proprio slalom tra franchigie fiscali, esclusioni/esenzioni fiscali e conteggi (delicatissimi) delle aliquote marginali applicabili al Dipendente che sarebbe arduo ripercorrere in questa sede. Frutto di una visione ottusamente veterosocialista, ugualitaria e anti-meritocratica, il ns Fisco penalizza i benefit in natura (quasi si fosse ai tempi delle “corvee” in Agricoltura!) e li tassa sempre e comunque in capo al Datore di Lavoro, salvo alcune eccezioni. Ora, e’ questa visione di fondo che deve mutare, e la realtà dovrebbe ammonire il legislatore che il “benefit”, specie in momenti di crisi, e’ qualcosa di più di un semplice “incentivo individuale”, ma oggi è più che mai “ammortizzatore sociale integrativo”, in aggiunta a Cassa Integrazione e mobilità.
E’ necessario e opportuno, quindi, che nei percorsi di gestione delle crisi aziendali e degli esuberi questi strumenti siano sempre più efficacemente messi in campo, anche attraverso specifiche agevolazioni di legge e fiscali per Aziende in crisi. E’ necessario che si sviluppi sempre più un mercato accessibile per questi servizi: le risorse per gli ammortizzatori sociali tradizionali sono limitate e non c’è da fare affidamento sugli interventi “generosi” del passato e il Welfare Aziendale può contribuire a gestire in modo duttile e creativo i bisogni del Dipendente in via di scivolamento (pensiamo solo all’occasione di corsi di formazione, così realizzati, a favore del Lavoratore in uscita, come in alcune Aziende). Perché non pensarci? Di questi tempi, non si deve buttar via nulla...

LE TEORIE ANTIEURO SMONTATE CON IL BUON SENSO - Parte 1

Su Facebook ho alcuni “amici” o “amici di amici” che quotidianamente o quasi postanopropaganda “antieuro”. Preso dalla curiosità ho voluto approfondire le loro teorie sulle questioni del “signoraggio primario”, del “signoraggio secondario”, della necessità di andarcene dalla moneta unica europea e, ultimo ritrovato, della truffa ai danni dell’Italia che si perpetrerebbe mediante il Meccanismo Europeo di Stabilità (Fondo Salva-Stati). Pertanto siccome a volte sono un po’ insonne ho deciso di dedicare qualche oretta notturna alle questioni di cui sopra e mi sono imbattuto in una miriade di siti, pagine facebook, blog che diffondono queste teorie. Sono spassosi i membri di questi gruppi, dovreste leggere come si insultano tra di loro usando gli epiteti più fantasiosi e le foto che postano. Quella che più mi ha colpito e’ un fotomontaggio di Mario Draghi alla cui bocca sono stati applicati dentini insanguinati da Dracula. Semplicemente fantastico: “il grande succhiasangue di Bruxelles”.
Mi sono reso conto anche che sulla rete hanno caricato centinaia di video dei loro “guru”, ne ho guardato qualcuno. Il più delle volte si tratta di assoli di ore oppure succede anche che si intervistino tra di loro scambiandosi reciprocamente i complimenti. Da quello che ho potuto vedere sono un po’ allergici ai contradditori. I signori in questione rispondono ai nomi di Alberto Bagnai, Paolo Barnard, Nino Galloni, Antonio Maria Rinaldi, Loretta Napoleoni, ma ce ne sono anche altri, questi sono solo i più noti. Molti di loro, ho controllato, non avrebbero nemmeno il diritto di fregiarsi del titolo di economista perché non lavorano in alcuna università e non fanno ricerca economica ma che volete che sia? Pare che questo non sia un problema per i loro seguaci. E poi per parlare di economia mica bisogna essere per forza degli economisti… Dunque ho deciso di parlarne anch’io che di mestiere insegno la nostra lingua agli stranieri e come è ovvio ho alle spalle tutt’altri studi. Devo ammettere che trovo l’economia particolarmente ostica se la si affronta in maniera “tecnica”; tutte quelle linee che si incrociano, quei grafici, tutta quella matematica non mi vanno proprio giù. Però devo dire che quando sento gente preparata che parla di economia senza l’uso di grafici e simboletti astrusi, essa mi risulta davvero chiara, logica, semplice, persino inoppugnabile. Li ascolterei per ore. Sento che cresco culturalmente e molte cose mi diventano chiarissime, persino lampanti.
Tuttavia quando mi sono sciroppato qualche ora di Rinaldi e compagnia cantante ho avuto l’impressione contraria. Costoro avanzano confuse e fumose teorie, rendono tutto così complesso, denunciano a gran voce oscure trame che perdurerebbero da centinaia d’anni.
Ho sentito Barnard, con queste orecchie, dire che il complotto per spillare il sangue agli europei tramite l’Euro ebbe inizio dai nobili deposti dalla rivoluzione francese e poi sarebbe continuato per secoli tramandandosi grazie a Monnet, Delors, Prodi per poi finire nelle mani di Merkel e Draghi. Ve lo immaginate il Conte di Chambord che complotta fitto fitto con la cancelliera? E Jean Monnet e Oly Rehn cosa si diranno mai nei loro segreti meeting dentro reconditi igloo in terra di Finlandia?
Scherzi a parte, costoro non meriterebbero il mio tempo ma nemmeno quello di nessun altro se fossimo in un paese normale… ma purtroppo si sa l’Italia è un paese anomalo nel quale i cialtroni riescono spesso a ottenere molto credito, producendo danni inimmaginabili.
Questi astuti demagoghi vengono infatti invitati in tv, a convegni di partito e di associazioni professionali, rilasciano interviste sui giornali spargendo le loro follie a piene mani.
A dar loro (involontaria?) manforte da molto tempo purtroppo ci sono anche i giornali berlusconiani che nell’intento di sgravare il Cavaliere da ogni responsabilità per la bolla dello spread nell’estate del 2011 strillano a gran voce di un complotto europeo volto a sbarazzarsi di Berlusconi e a sostituirlo con l’euroburocrate Monti che avrebbe imposto il rigore voluto da Berlino di cui ora staremmo morendo.
Lo scenario italiano va dunque infoltendosi di soggetti politici e agitatori da strapazzo che sventolano forte la bandiera dell’antieuropeismo. I partiti che hanno toni anti-euro, antieuropeisti, o comunque fortemente critici verso la costruzione europea anche se con sfumature diverse, sono davvero molti. Fratelli d’Italia, la rinata Forza Italia, la Lega e Grillo parlano apertamente di uscire dall’Euro e anche il PD e il NCD si sono messi a dire che bisogna allentare le briglia del rigore di Bruxelles. Con toni diversi, dunque, tutti i soggetti politici rappresentati in Parlamento sono impegnati a creare un “falso nemico”, uno specchietto per le allodole contro il quale gli italiani giustamente arrabbiati, possano scagliare le propri ire. Intendetemi, non che l’Europa non abbia pecche, penso ad esempio agli eccessi burocratici, alla mancanza di una politica estera, di difesa e dell’emigrazione comune, ma invece di darsi da fare nelle opportune sedi per risolvere questi problemi, in Italia si passa il tempo a dare in pasto a un’opinione pubblica inferocita nessi di causa-effetto inesistenti e ridicoli come quello tra l’ingresso nell’Euro e la crisi economica e quello tra il vincolo del 3% e la mancata crescita. Di base i nostri politici, mediante i loro economisti da teatro di quart’ordine cercano di farci credere che il disastro che viviamo quotidianamente non è colpa loro ma di un nemico esterno, lontano di cui bisogna prima o poi sbarazzarsi.
L’antieuropeismo che viene quotidianamente profuso nel nostro paese mi preoccupa molto.
Uscire dall’Euro sarebbe una letale follia che produrrebbe la bancarotta dello Stato in breve tempo e siccome non voglio che l’Italia finisca in un baratro da cui non c’è ritorno ho deciso di lanciare quella che chiamo “immodestamente” un’operazione verità. A questo articolo ne seguiranno infatti altri tre coi quali tenterò di dimostrare perché gli antieuro sono dei pubblici e pericolosi mentitori. A spiegare “scientificamente” il danno che deriverebbe dall’uscita dall’Euro usando i grafici e i simboli dell’economia ci ha già pensato magistralmente Alberto Bisin con un paio di articoli su “Noise from Amerika”. A mio avviso quegli articoli sono illuminanti ma risultano un po’ “tecnici” per chi non fa l’economista di mestiere.
Ma ci sta. Bisin è uno studioso di fama internazionale che scrive su un prestigioso blog per addetti ai lavori e usa le sue di armi, gli inoppugnabili grafici e simboli. Io vorrei tentare di usare armi molto più rudimentali: quelle del buon senso. Mi piace illudermi che sia utile perché Fare per Fermare il declino può e deve cambiare il paese, ma per farlo ha bisogno di milioni e milioni di voti anche dei voti di coloro che, come me, faticano coi numeri, i grafici e i simboletti. Molto volte ci accusano di essere il partito dei professori che usano l’arzigogolato e incomprensibile linguaggio dell’economia per spiegarsi e ciò ci alienerebbe il consenso di molti che non ci capiscono perché parliamo “troppo difficile”. Forse qualche elemento di ragione in queste critiche c’è. Pertanto voglio vedere se è possibile usare un linguaggio più semplice. Questo per due motivi. Il primo.
Sono fermamente convinto che quello che propone Fare per Fermare il declino non è difficile. Anzi è semplicissimo. I nostri 10 punti programmatici potrebbero riassumersi in una semplice massima: “lo Stato deve comportarsi come un buon padre di famiglia”. Ogni bambino e bambina che conosco infatti sa che suo papà non può spendere più di quello che guadagna. Questa semplice nozione pare invece sfugga e sia sfuggita a chi ci ha governato negli ultimi 30-40 anni. Il secondo. Cercare di
smontare “scientificamente” ciò che di scientifico non ha nulla, ciò che è soltanto volgare menzogna obbliga a fornire numeri, dati e tabelle. In altre parole costa tempo e fatica.
Inventare balle invece non richiede né tempo, né fatica. Sono sufficienti la fantasia e la malafede di cui gli antieuro dispongono in quantità infinita. Costoro sono in grado di produrre più letame di quanto anche il più volonteroso degli spalatori possa rimuoverne. Siccome voglia di spalare io non ne ho, ho deciso di non piegarmi al loro gioco e usare l’unica arma che ho per le mani: il nudo buon senso. Quello di cui dispone chi va a lavorare tutti i giorni e che ha alle spalle studi di natura non economica. Nella prossima puntata parleremo di un padre disgraziato, ubriacone e pieno di debiti e nelle ultime due del perché l’uscita dall’Euro è una colossale follia e del perché tre dei capisaldi delle teorie di costoro : “il signoraggio primario”, il “signoraggio secondario” e la truffa del fondo salva-Stati sono delle balle spaziali.
Alla settimana prossima, allora! Spero troverete la pazienza di leggermi. Ah! Dimenticavo di ringraziare i tanti amici, su tutti Valerio Poluzzi, che mi hanno riletto e mi hanno dato preziosi consigli su come rendere più chiaro il mio pensiero.

NON FATE RUMORE, PIACENZA DORME!!

Piacenza, la città “sonnecchiante”. L’hanno definita così, nel corso degli ultimi anni, giornalisti, scrittori e attenti osservatori delle realtà locali. In effetti, la città (e la sua provincia) sembra avvolta permanentemente da quella nebbia che è un po’ il simbolo della pianura padana. In questa nebbia non si vede nulla, ma tutti sanno tutto; non ci si muove per non sbagliare e, giorno dopo giorno, si perdono opportunità e spazi di miglioramento. Intanto, gli altri vanno avanti e Piacenza resta indietro. In tutti i settori. Qualche esempio? Il commercio, tanto per cominciare. Grazie alla scarsa lungimiranza dei tanti “bottegai” piacentini, la provincia ha perso la possibilità di avere il punto vendita Ikea che avrebbe ridotto, secondo i commercianti, gli affari dei locali venditori. Come se chi compera i mobili Ikea fosse lo stesso che compera i mobili firmati. Così i piacentini vanno a Milano a far spesa all’Ikea! E ancora, l’outlet di Fidenza Village.

In origine sarebbe dovuto sorgere alla confluenza delle quattro autostrade piacentine. Ma, per carità, avrebbe indebolito le vendite dei negozi locali! Meglio che vada da un’altra parte. E così, i piacentini vanno a comprare a Fidenza e la città non beneficia di un’altra opportunità. Esempi come questi sarebbero ancora tanti. Ma cambiamo genere.

Lasciamo i commercianti a meditare sulle loro piccolezze e parliamo di sicurezza. “La provincia di Piacenza è un’isola felice” – dicono in questura e prefettura. La realtà è un po’ diversa. Omicidi, rapine, furti scippi, truffe e violenze di ogni genere sono drammaticamente all’ordine del giorno grazie al continuo arrivo di extracomunitari illegali e all’infiltrazione massiccia della criminalità organizzata.

I primi, spesso individui che hanno conti da regolare con la giustizia dei loro paesi, fanno quello che sono capaci: delinquono. Sono in tanti, soprattutto a sinistra, ad appoggiare l’eccessiva clemenza della magistratura nel punire con severità i loro reati adducendo giustificazioni sociali e umanitarie paradossali e ridicole. La criminalità organizzata, per contro, sguazza tra l’inefficienza sonnecchiante e l’atteggiamento da struzzo dei piacentini. E così si va verso una vivibilità sempre più ridotta con i piacentini costretti a barricarsi in casa e le strade che diventano sempre più terreno di scontro tra bande armate.
Altri sarebbero i punti da evidenziare per raccontare i mali di questa provincia. E tanto si deve cominciare a FARE per restituire la dignità di cittadini agli abitanti.
Abbiamo le Istituzioni. Che facciano il loro mestiere! Le tasse che i piacentini pagano vanno restituite in sevizi! e la sicurezza è al primo posto! Di vigili urbani non si vede traccia. Sono tutti “in servizio” al coperto, al caldo in inverno e al fresco in estate. Sulle strade, nemmeno l’ombra. In compenso aumentano i proventi derivanti dalle contravvenzioni e diminuisce la loro professionalità e la fiducia dei piacentini nei loro confronti.


Su tutto questo vogliamo poter dire la nostra e le prossime elezioni amministrative che investiranno 34 dei 48 comuni della provincia saranno importanti per aggregare nuovi e sempre più larghi consensi al nostro movimento. Intanto, per favore, non fate rumore: Piacenza dorme!

Come sta in salute Bologna? Male, grazie.

Lo scorso 12 ottobre l’assessore alla sanità Rizzo Nervo ha fatto un’apparizione al festival della mortadella in Piazza Re Enzo. A margine della kermesse si è infatti svolta una festa della “cittadinanza attiva” ovvero di quei gruppi di cittadini che a Bologna con una meritoria azione di volontariato si prendono cura delle città, delle sue bellezze e dei suoi luoghi comuni. L’assessore non ha mancato di ringraziarli con altisonanti parole: “La città riguarda tutti. Non possiamo più credere che sia solo compito del Comune gestire i beni comuni della città. In tanti se ne prendono cura assieme a noi”. Par proprio che questa amministrazione comunale stia prendendo un po’ troppo alla lettera le parole del suo assessore. La sensazione che si ha non è infatti che tante persone si prendano cura della città assieme al Comune ma che tante persone se ne prendano cura senza
ricevere alcun aiuto da parte del Comune il quale, più che a risolvere problemi, è impegnato a combinare disastri. Verrebbe da dire che è una fortuna che a Bologna ci siano così tanti cittadini innamorati della propria città. Pare infatti sia toccato alla generosità dei Bolognesi, mediante una sottoscrizione organizzata dal Carlino, trovare 750 mila dell’oltre milione di Euro spesi per il restauro delle Basilica di Santo Stefano. E pare che saranno ancora i Bolognesi a tirare fuori i 300.000 euro che serviranno a evitare che il portico di San Luca crolli all’altezza della curva delle orfanelle. L’altro giorno un altro assessore di Merola, Matteo Lepore, ci faceva infatti sapere, tramite la sua pagina facebook, che grazie a un sondaggio apparso sulla pagina del Comune, per il 48% dei Bolognesi il portico di San Luca è il “cuore” della città. Purtroppo si sa, in Italia, la parola
“cuore” molte volte è sinonimo di “portafoglio”. A seguito infatti di questa fondamentale divulgazione l’assessore si lasciava andare ad un appello strappalacrime alla generosità dei Bolognesi per salvare “il portico più lungo del mondo” e invitava la cittadinanza a prendere parte ad un concerto al Teatro delle Celebrazioni organizzato per il duecentenario della nascita di Giuseppe Verdi il cui ricavato sarebbe stato destinato ai lavori di restauro.


Mi si obietterà che siamo in tempi di crisi e che non c’è niente di male a fare appello alla generosità dei cittadini per salvare i monumenti. Leggendo le ultime notizie provenienti dal Comune pare infatti che a Piazza Liber Paradisus stiano raschiando il fondo del barile. Il Corriere di Bologna riporta infatti che è stata diramata una circolare attuativa che impegna i dipendenti comunali a non utilizzare il grassetto, ciò al fine risparmiare un po’ d’inchiostro per stampante. In tale circolare si menziona anche la necessità di scuotere il toner prima di sostituirlo in quanto in questo modo si riesce a stampare, magari un po’ sbiadita, un’altra decina di pagine. Se avessi la memoria corta mi spellerei le mani nell’applaudire la parsimonia con cui i nostri amministratori gestiscono il soldo pubblico. Purtroppo, però, ho una memoria da elefante e faccio fatica ad accettare di essere
preso in giro dalle stesse persone che, tra le altre nefandezze, hanno speso 182 milioni di euro per dare a Bologna un tram che non esiste. Fa davvero rabbia pensare che la stessa giunta (assieme alle precedenti, per carità) che ha finanziato un progetto folle come quello del Civis, ora tenti di “grattare” pochi spiccioli lesinando sull’inchiostro delle stampanti comunali e ricorra a pubbliche donazioni per finanziare la ristrutturazione di un monumento che ben presto vedrà apporsi il sigillo dell’Unesco. Sarei curioso di sapere se anche all’estero i monumenti in predicato di diventare patrimonio Unesco vengono lasciati cadere a pezzi. Pare che i soldi in Italia ci siano solo quando vanno scialacquati, per le cose veramente utili mancano sempre. Bah!


Parliamo ora di un altro paio di questioni, il Motor Show e il People Mover, che danno purtroppo bene l’idea delle condizioni in cui versa il capoluogo emiliano.
Pochi giorni fa l’edizione 2013 del Motor Show veniva cancellata mediante un post su facebook.
Gli organizzatori francesi di Gl events rendevano nota l’impossibilità di realizzare l’evento a causa dei troppi forfait dati dalle case automobilistiche. Una vera e propria doccia fredda per la città che vede scomparire in un batter d’occhio un evento che per decine d’anni oltre a creare un enorme giro d’affari, le aveva dato lustro e notorietà a livello mondiale. Le reazioni del sindaco Merola e del presidente di BolognaFiere Campagnoli hanno dell’incredibile. Entrambi infatti sono caduti dalle nuvole e hanno dichiarato di non saperne nulla e se la sono presa con l’“unilateralità” della decisione dei francesi. Campagnoli addirittura si è lasciato andare a una smargiassata facendo intendere che la perdita non è poi così grave: “Bologna non organizza fierette”, ha detto alludendo al fatto che da quando Gl events organizza il Motor Show, esso va in scena in tono minore. Nei
giorni successivi l’impareggiabile duo Merola-Lepore è addirittura arrivato a prendersela con l’ex-patron Cazzola che col Motor Show non ha più niente a che fare da 6 anni, e che a loro dire sta tradendo la sua città natale perché pensa di organizzare un salone dell’auto a Milano.


Cerchiamo ora di lasciarci alle spalle queste fantasiose invettive e di riportare questa vicenda grave su binari di realtà. Chiariamo innanzitutto che la “fieretta” di cui parla Campagnoli l’anno scorso aveva venduto 400.000 biglietti e che la sua cancellazione porta a un danno globale di molte decine di milioni di euro. Allarmanti le dichiarazioni di albergatori, ristoratori e anche dei sindacati bolognesi. Danilo Gruppi (CGIL) ha dichiarato che il danno economico e sociale causato dalla mancata organizzazione del Motor Show è pari a quello arrecato dalla chiusura di un’azienda.


Lungi da me incolpare Merola e Campagnoli della crisi del settore auto tuttavia avrebbero sicuramente potuto prodigarsi di più per evitare il peggio o, almeno, avrebbero potuto allertare le parti in causa di quanto stava succedendo. Oppure sono veramente convinti che sia credibile la versione in base alla quale non ne sapevano nulla ed è tutta colpa dei transalpini brutti e cattivi? Si rendono conto, il sindaco e il presidente della fiera, che accreditare questa storiella equivale a dire che per organizzare il Motor Show è necessario meno tempo di quanto ne serva per mettere in piedi la “Tartufesta” che fanno nella mia amata Pianoro tutti gli ottobre?
La questione People-Mover per certi versi è ancora più angosciante. In primo luogo pare che rischiamo di vedere andare in fumo gli 8 milioni di euro già spesi in progettazioni, consulenze, spese legali ed espropri in quanto l’Autorità per gli appalti ha avanzato qualche dubbio sul procedimento di assegnazione e ha portato il tutto davanti al Tar del Lazio che entro il 20 novembre deve decidere se affossare o meno il progetto. In secondo luogo, e questo mi sembra altrettanto grave, non si capisce quale sia l’utilità di un progetto, faraonico, costoso e dall’impatto urbanistico così significativo, quando per collegare la Stazione Centrale e l’Aeroporto in maniera veloce basterebbe congiungere la stazione di Borgo Panigale (che è sulla Bologna-Porretta) con il Marconi. Già, poche centinaia di metri di via ferrata sarebbero sufficienti a garantire, in una decina di minuti, il raggiungimento del nostro scalo da parte dei suoi sempre più numerosi utenti risparmiando ai Bolognesi milioni di euro e ai viaggiatori di salire sul costosissimo (se siete in
tre conviene il taxi), affollato e inaffidabile autobus BLQ, l’unica linea Tper su cui si compera il biglietto dall’autista (6 euro a tratta).
Fortunatamente in questa valle di lacrime c’è anche qualche raggio di sole. Ma state tranquilli, il Comune non c’entra nulla. È tutto merito dei privati. Segnalo con grande piacere un’iniziativa dei commercianti di via San Felice che hanno dotato la propria via della rete Wifi gratuita, uno strumento messo a disposizione di cittadini e turisti che si muovono sempre di più con smartphone e tablet in giro per la nostra città.

Infine, non certo per importanza, vorrei dedicare qualche parola al MAST, la manifattura di arti, sperimentazioni e tecnologia aperta a inizio ottobre in Via della Speranza (persino la scelta della location mi pare ineccepibile). 25 mila metri quadrati comprendenti contemporaneamente asilo, galleria d’arte, accademia, palestra, mensa, ristorante e un auditorium da 400 posti messi a disposizione della città da Isabella Seragnoli, la proprietaria della storica azienda GD. Si tratta di un vero e proprio ponte tra impresa e società: ancora una volta i capitani di industria bolognese fanno vedere che loro ci sono, che ci credono ancora, che non hanno alzato bandiera bianca e che nonostante tutto sono ancora disposti a investire per creare lavoro e ricchezza. Meriterebbero istituzioni più attente e competenti ma purtroppo pare non sia così: il giorno dell’inaugurazione il
sindaco non si è nemmeno degnato di presenziare.